BCuda VS Soft Bait – Chi ha tempo… (Parte 3)

E cavolo. Sembra che ormai, negli spazi idealmente dedicati alla pesca,si debba parlare per forza di tecnica.

Anche chi si eleva paladino dei contrari, alla fine, finisce a parlare di pesca e di tecnica. Pur prendendola in giro e dimenticandosi le proprie origini.

Ma vabbè. La gente dimentica in fretta. Troppo in fretta.

C’è chi mi accusa di non avere contenuti nel blog. Piscatoriamente parlando. Ma ditemi, dove c’è scritto che devo elevarmi a cavaliere delle tecnica se non lo sono?

Pesco da poco. E’ un dato di fatto, ma non significa niente. Vado a pesca come tutti, e questo spazio lo utilizzo per raccontare le mie avventure, o per condividere un pensiero. Voglio parlare delle attrezzature che mi piacciono, pubblicare le foto che ritengo belle o significative, e qualunque altra baggianata mi venga in testa.

Non per forza uno deve pescare da 20 anni per scrivere qualcosa.

I miei contenuti sono negli scritti, il corpo del discorso, lontano anni luce dalla pesca, perché per quanto mi riguarda la pesca è solo un hobby. Conosco molte persone a cui piace leggere la montatura X, l’artificiale recuperato Y, e tante altre cose. E ne conosco altrettanti a cui piace trovare uno spunto diverso, una lettura piacevole, anche riguardo lo spinning, che non riguardi strettamente la tecnica. Le foto sono solo un contorno ai post pubblicati.

Non vi piace il blog? Non leggetelo. Vi sto antipatico? Non leggetelo. Fortunatamente non me ne entra niente, scrivo per spirito di condivisione come si faceva nei forum quando il loro ambiente era vivo, senza facebook e cose varie. Ho solo traslato il mio modo di fare report nel mio spazio.

Perché scrivo questo? Perché mi fanno piacere anche i detrattori. Le critiche servono più dei complimenti, per migliorarsi.Ma solo nei casi in cui un miglioramento serva a qualcosa.

E per ora, il mio spazio va bene così com’è. Un pò row, un poco diverso dai soliti blog dove i pescatori a spinning sono molto bravi, conoscono tutte le esche e pescano mostri. Se a qualcuno fosse sfuggito, il motto del blog è not another spinning blog, quindi non un’altro blog di spinning. Per cui continuo per i pochi a cui fa piacere leggermi, e dopo un anno, fortunatamente, qualcuno c’è.

Nel mio blog l’unico mostro che vedrete in foto sono io. Il resto sono pesci normali, per pescate normali,per serate normali in compagni di gente normale.

Comunque, oggi voglio raccontarvi una storia.

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Correva l’anno 2005/2006, e nella torrida estate dove l’istruzione riposava, il tempo, assieme all’amico Salo, lo passavamo per lo più a respirare aria iodizzata che a correre nei campi da calcio, come tutti gli altri ragazzini.

La nostre mete preferite erano diventate tutti i porti raggiungibili in moto, non ancora forniti di mezzo a quattro ruote. E fù in una di quelle notti, che feci la conoscenza di uno dei predatori costieri che sarebbe diventato uno degli spauracchi, da lì a poco, dei pescatori a surfcasting e a galleggiante, ma anche un degno avversario per i pescatori a spinning.

Diciamo che lo spinning non era ancora entrato a far parte del tutto della mia cerchia di passioni, e l’andare a pesca era più per spirito di emulazione nei confronti dei nostri padri, sia il mio che il suo, pescatori di esperienza (dove la scusa, “ma prima il pesce c’era!”, era sempre valida a casa per giustificare un cappotto). Ragion per cui, decidemmo di passare la notte, con la tenda e le cibarie, su un braccio sperduto di un porticciolo, in cui ogni tanto torno a portare a passeggio il cane.

Salo, appena sceso dalla moto, con il sole ancora alto, si tolse lo smanicato di cotone che ormai era diventato il suo status symbol, ed annusò l’aria, più per gesto visto in qualche film che per effettiva informazione olfattiva.

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Tirò fuori la tenda e la piazzammo, chiaramente senza picchetti, al piccolo moletto ospitante.

Preparammo le canne a fondo, 5 canne per l’esattezza. Ognuna con un pezzetto di verme, un piombo ed un’amo. Visigoti allo stato puro.

Nel mentre, il sole cominciava scendere, lasciando spazio alle luci artificiali e all’umidità estiva, conosciuta per la capacità di farti ammalare pur avendo il maglione della Nonna in lana merinos.

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Lanciammo le canne a raggiera, come se fossero dei fucili preparati per la guerra. Vi lascio immaginare, l’attrezzatura. Ricordo un mulinello Abu Garcia nero di mio padre, dove la forza per girare la manovella era pari a quella per aprire un barattolo di vernice, dove la salsedine aveva reso di un verde ossido tutto il corpo, e l’unica volta che aveva visto acqua dolce (utile, mi rivolgo a mio padre, a LAVARE I MULINELLI) erano le poche volte che aveva piovuto a pesca.

Ricordo la canna di Salo lunga circa 4 metri, con degli anelli fatti di un materiale inguardabile, dove alcuni, ballerini, erano stati legati con dello spago.

Ma, a quell’età, era tutto normale. Dieci anni, seppur pochi, fanno pensare di come passi in fretta il tempo e di come velocemente cambino le cose a cui ci adeguiamo.

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Torniamo a noi. Posizionate le canne, messa in tensione la lenza, cominciammo a parlare del più e del meno. Salo mi illuminò su molte cose che raccontava aver vissuto con gli occhi del padre, sulle esperienze così diverse che gli uomini di un tempo facevano, dettate anche dal lavoro massacrante, dalla famiglia fatta da giovani, e da alcune responsabilità che ancora non mi sogno di avere.

E tra una sigaretta e un morso al panino, arrivò a raccontarmi come il padre, negli anni 90′, pescò una leccia gigante, alta quasi quanto lui. Parlò di ricciole fatte a sub, di spigole chiamate “bambini” per la loro grandezza, e di tante altre cose in cui il luccicare dei miei occhi e la mia espressione basita rendevano perfettamente l’idea di come il mio cervello immaginasse quei film.

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La stanchezza cominciò a scendere a metà nottata, in cui la felpa con il cappuccio sostituì la maglietta,e la scelta dei bermuda al ginocchio si rilevò fatale per le mie giunture. Qualche oratina e qualche saraghetto vennero a farci compagnia, ma senza emozioni di nessuna sorta. Allora decidemmo di entrare in tenda, per ripararci dall’umido di quella bellissima serata, e per rilassarci due minuti.

Coma profondo. Appena poggiata la testa, sia io che Salo dormimmo per alcune mezzorette. Mai tempo più sprecato fù quello di dormire a pesca.

Un rumore, tipo un calcio alla cassettina porta minuteria dove era poggiata una delle canne, ci svegliò di soprassalto. Con gli occhi da sonno, ancora intorpiditi, aprimmo la tenda,ed una leggera brezza di maestrale ci salutò alitandoci in viso.

Sembrava tutto apposto. Come se nulla fosse successo. Salo contò le canne,e una di esse mancava all’appello. Con la pila, controllammo che non fosse caduta in acqua, ma niente. Poi una sagoma galleggiante, sotto la luce di un faro vicino al moletto, attirò la nostra attenzione. La canna era in acqua, e sicuramente il mulinello leggero legato al fusto che funge da legno cavo,permetteva alla stessa di tenersi a semi-galla.

Allora Salo prese un popper, locato vicino ai galleggianti e ai piombi all’interno della cassettina, e recuperata una canna lo lanciò in direzione della malcapitata. Dopo alcuni lanci, riuscì ad agganciare la lenza, che ci permise di recuperare la canna.

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Sorpresa tra le sorprese, avvolgendo il filo, ci accorgemmo che qualcosa era rimasto attaccato all’amo. Una povera oratina. Anzi, mezza oratina.

Perchè il suo corpo era tagliato di netto. Quello che successe, fù che un pesce azzannò l’oratina allamata alla canna, e le fece fare lo sci nautico.

Salo, alla vista dell’oratina, esclamò : ” I Mostri sottomarini di Sant’Antioco“.

E fù così, che per anni, prima di cominciare a fare spinning, mi rimase il tarlo di quale pesce potesse fare qualcosa del genere.

Cosa centrano le foto dei barracuda a silicone con l’articolo?

Sono giusto di contorno ad una storia che porto nel cuore.

Grazie Marco, e grazie Peppino.

Matte

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