Tutto è bene quel che finisce.

Si,avete letto bene.

Tutto è bene quel che finisce. Non che finisce bene, ma che finisce. Perchè a volte, il come finisce, non importa a nessuno.

Finalmente, riesco a rubare un secondo alla società e al lavoro d’ufficio, e riesco ad uscire per il tramonto. E quello che finisce, è il periodo di capotti di questo Marzo – Aprile, in cui le condizioni primaverili stentano ad arrivare.

Sopratutto, riesco a battezzare un popperino che mi ha sempre ispirato, ma puntualmente lasciavo sempre a casa. Diciamo che i pesci non si sono fatti pregare. L’unica foto carina è quella in cui si vede bene la marca, ma ci tengo a sottolineare che è puro caso. Anche se credo lo sappiate già.

Quel pochissimo,che ho capito sulla spigola sino ad ora, è che se c’è, mangia. E il resto lo devo al fatto di trovarmi nel posto giusto al momento giusto, nessun merito a queste catture se non il tempo cui ho dedicato per andare a pesca.

Solo un ringraziamento speciale ad un’amico, senza il quale non avrei potuto immortalare degli scatti, almeno per me, molto belli. Ma torniamo a noi.

Tutto è bene ciò che finisce. E se finisce bene, meglio per noi. Se finisce male, meno male che è finita. Quindi, a ragion veduta, l’importante è che sia finita.

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Oggi voglio raccontarvi, brevemente, della sensazione molto particolare che ho provato al ritorno dal mio viaggio (Ottobre 2013) alle Isole Canarie.

Chi seguirà il blog, saprà che il Probirra team era formato da me e Fabietto (Phobiospin), gente da pochi pesci ma da molte birre. La vacanza è stata adrenalinica in tutte le sue sfaccettature, e il lìght motive di quella vacanza è stato sicuramente l’alcool. Non perché fossimo alcolizzati, per carità, ma solo perché, con le temperature molto alte, tendevi a sudare tutta la birra che bevevi. E la sensazione di relax svaniva in fretta, portandoti a bere litri di birra senza accorgertene.

Bella, la vita del pappone. Andavamo a pesca all’alba, tutto il giorno, in scogliere meravigliose. Tornavamo in città per pranzo, a mangiare cose buone, e via subito di nuovo in scogliera. E in un isola come quella, il tempo vola via e nemmeno te ne accorgi.

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Però, ti accorgi che 6 albe di fila vanno fatte. Vanno fatti i km di scogliera con le bolle ai piedi, con l’arsura in bocca e poco cibo appresso, perché, nello zainetto, ci stavano a mala pena le esche, ed il trade off peso – roba da portare è da valutare bene quando lasci la macchina chilometri alle spalle.

C’è da dire che è proprio quello che cercavo. Cercavo l’avventura, la stanchezza, l’emozione di cercare un pesce nell’Oceano.

Cercavo il fatto di sentirmi come chi, prima di me, ha attraversato quelle terre, e negli scritti ha trasudato emozioni forti e selvagge. Cercavo il fatto di sentirmi libero e solo, su quelle scogliere difficili con un mare di una prepotenza bruta, a lanciare un’esca…per la prima volta nell’oceano.

Cercavo la cattura della vita, e l’ho persa con un poco di sfiga. Forse cercavo un motivo per tornarci, e sicuramente l’ho trovato.

Però, il settimo giorno, ero contento di tornare a casa. L’esperienza è stata bellissima…perché ha avuto un termine. Ho sfruttato a pieno tutti i secondi concessomi dal tempo, ricordo nitidamente tutto quanto. Da quando siamo sbarcati ad Arrecife, a quando ho imboccato in contromano la via della Caserma Canaria, dove c’erano forze dell’ordine in ogni dove. Anche quando si è scaricato il navigatore del telefono, e abbiamo passato un’ora a cercare la via di casa, cercando di fare mente locale di come si chiamasse.

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Ma il bello, è proprio il fatto che sia finita. Anche se non vedo l’ora di tornarci.

Penso che le cose belle debbano durare poco, per assaporarle a pieno. Se un’esperienza è cosa da tutti i giorni, perde il significato della parola stessa, trasformandosi in routine. E di conseguenza perde il gusto.

Anche la cattura, se fosse giornaliera, diventerebbe monotona e noiosa.

Oppure…no?

Un abbraccio, Matte.

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