La locusta e la formica.

Oggi, voglio raccontarvi una favola, che si chiama la locusta e la formica. Perché, il blog, non si chiamerà mica favole d’acqua salata per niente.

C’era una volta, in una terra molto lontana, un’isola bellissima. Un’isola che offriva, ai suoi abitanti, una montagna meravigliosa, con un assenza quasi totale di metalli pesanti, ed un mare pieno (?) di pesci buonissimi, conditi a dovere da una buona salinità dell’acqua e da un’alta concentrazione di uranio impoverito.

Un po dappertutto,però, in questa isola, la gente stava male perché non c’era lavoro. Senza capire, che se uno passa le giornate a far nulla, e il lavoro non lo se lo cerca, nessuno busserà alla porta per offrirti di lavorare.

In un piccolo paesino dell’isola, non esattamente localizzato sulle mappe, abitavano le locuste e le formiche. Le locuste, insetti conosciuti per atti di sciacallaggio sfrenato in ogni campo, vivevano alla giornata, passando il loro tempo a cercare di carpire i segreti delle formiche, per arrivare al risultato senza il minimo sforzo.

Mentre, le formichine lavoravano sodo, con il sudore della fronte, cercando di mettere da parte il più possibile per l’inverno, così da poter vivere serenamente il periodo con le scorte di cibo recuperate in estate.

Cicala  eFormica

Tra loro, vi erano due elementi molto particolari : Elle la Locusta ed Effe la Formica. Entrambi, avevano la passione per la pesca.

Effe, girava molto per trovare gli spot, e nelle belle giornate, invece di stare al bar a bere birra, esplorava nuovi spot, che sarebbero serviti per l’inverno.

Elle, invece, passava le giornate su faccialibro, a guardare le foto di pesci pescati da altri.

Sino a quando, non si imbatté in una foto di Effe, in cui era ritratta con un bellissimo pelagico stagionale.

Elle le mandò un MP, e le chiese, se potevano incontrarsi un giorno, così da organizzare per andare a pesca assieme. Effe, di buon cuore, di braccia forzute ma di poco acume, accettò la proposta, senza pensare alle caratteristiche, che la natura ha dato alla locusta, a cui non si fa nessuna colpa, poiché istinti naturali e non scelte personali. Un poco come la favola della rana e lo scorpione.

Allora, un bel giorno di autunno, andarono a pesca assieme. Con sveglia all’alba, Effe portò Elle in uno spot bellissimo, dove uscirono alcuni pesci, molte risate e tanto divertimento.

E andarono ancora a pesca, sempre in bellissimi spot, scoperti da Effe in lunghe perlustrazioni estive. E ancora. E ancora. E ancora. Ed il rapporto di Effe con Elle, si fece sempre più forte. Passavano le giornate assieme, si sentivano spesso, uscivano a bere qualcosa…

E poi il nulla. Da un giorno all’altro Elle non si fece più vedere ne sentire. E la formichina, rammaricata, si chiese il perché. Pensò fosse colpa sua, sapete, non si sa mai. Nei rapporti, a volte, basta a dire qualcosa di storto, e se l’altra persona ha poco carattere, si finisce così.

Effe, sconsolata e triste, tornò ad andare a pesca da sola. Una bella serata autunnale, prese la macchina e andò a fare il tramonto in uno spot che reputava produttivo, in cui aveva sempre pescato e mai nessuno aveva incontrato in quel luogo incontaminato.

Parcheggiò la macchina, scese in scogliera e…sorpresa delle sorprese, lo spot era già occupato. Scese a controllare chi fossero, e si accorse che facevano parte della famiglia delle Locuste. Si avvicinò per sapere esattamente come fossero arrivati lì, e nel tragitto incontrò cartacce, scatole di artificiali buttate per terra, cicche di sigaretta…e musi duri. Le locuste, minacciarono Effe di andarsene, che il mare non era di Effe. E nel guardare tanti pesci buttati sugli scogli, molti sottomisura, Effe ci rimase molto Male.

Salì in macchina e si dirisse verso un altro spot, pensando come le locuste avessero scoperto uno dei suoi posti preferiti. Arrivato, scese dall’auto, e vide altre tre macchine parcheggiate, in una campagna dove solitamente solo i conigli sono di passaggio.

Si affaccio dall’alto, e vide molte locuste. Tutte attaccate, intente a lanciare la stessa esca, nello stesso modo. Tutto perché giorni prima una locusta pescò un bel pesce. E quando cade un briciolina, tutte le locuste accorrono a mangiare, sino a quando non si cibano di tutto ciò che gli circonda.

Allora la formichina non si avvicinò. Risalì in macchina, e con una sensazione che non aveva mai provato, a metà tra l’odio e la rabbia, andò verso un’altro spot. L’ultimo, quello più bello. Quello in cui portò solo un’altro insetto. Quello in cui portò solo Elle.

Nel tragitto pensò tra se e se “Non può essere stata Elle, non può avermi fatto questo…”.

Arrivò sullo spot in fretta e furia, scese dall’auto e…vide Elle. Assieme ad altre due locuste. Era intenta a sproloquiare, ma Effe non sentiva bene. Ed allora, quatta quatta, si accovaccio in mezzo ai cespugli, e rimase ad ascoltare i discorsi di Elle.

“Effe è una carogna, è una che non sa pescare. L’ho portata io negli spot, gli ho fatto vedere come si pesca!”

Al sentire di queste parole, Effe si alzò dai cespugli. Alla sua vista, Elle si impanicò. Cominciò a balbettare cose senza senso, mentre Effe, da buona formichina, stette zitta. Capì in un baleno tutta la situazione. Capì di che pasta fosse fatta Elle, della peggiore in assoluto. Della pasta composta di arrivismo, egocentrismo, falsità e poco intelletto.

Una di quelle paste di cui nessuno vorrebbe essere fatto. Ma, ahimè, sono in tanti ad essere fatti in questo modo.

Allora Effe se ne andò, ripromettendosi che mai più avrebbe portato una locusta con se.

Arrivò l’inverno successivo. Mentre Effe continuava a pescare nei suoi nuovi spot, Elle piangeva miseria, perché nei posti in cui era andata con Effe, ed in cui aveva portato le sue amiche locuste, non era rimasta più l’ombra di un pesce.

Morale della Favola : Va bene essere buoni. Disponibili. Di buon cuore. Ma senza mai compromettere la propria posizione. Perché poi, succede come a Effe, che ha fatto la fine di bravo. Impiccau e coddau puru.

Matte

Tutto è bene quel che finisce.

Si,avete letto bene.

Tutto è bene quel che finisce. Non che finisce bene, ma che finisce. Perchè a volte, il come finisce, non importa a nessuno.

Finalmente, riesco a rubare un secondo alla società e al lavoro d’ufficio, e riesco ad uscire per il tramonto. E quello che finisce, è il periodo di capotti di questo Marzo – Aprile, in cui le condizioni primaverili stentano ad arrivare.

Sopratutto, riesco a battezzare un popperino che mi ha sempre ispirato, ma puntualmente lasciavo sempre a casa. Diciamo che i pesci non si sono fatti pregare. L’unica foto carina è quella in cui si vede bene la marca, ma ci tengo a sottolineare che è puro caso. Anche se credo lo sappiate già.

Quel pochissimo,che ho capito sulla spigola sino ad ora, è che se c’è, mangia. E il resto lo devo al fatto di trovarmi nel posto giusto al momento giusto, nessun merito a queste catture se non il tempo cui ho dedicato per andare a pesca.

Solo un ringraziamento speciale ad un’amico, senza il quale non avrei potuto immortalare degli scatti, almeno per me, molto belli. Ma torniamo a noi.

Tutto è bene ciò che finisce. E se finisce bene, meglio per noi. Se finisce male, meno male che è finita. Quindi, a ragion veduta, l’importante è che sia finita.

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Oggi voglio raccontarvi, brevemente, della sensazione molto particolare che ho provato al ritorno dal mio viaggio (Ottobre 2013) alle Isole Canarie.

Chi seguirà il blog, saprà che il Probirra team era formato da me e Fabietto (Phobiospin), gente da pochi pesci ma da molte birre. La vacanza è stata adrenalinica in tutte le sue sfaccettature, e il lìght motive di quella vacanza è stato sicuramente l’alcool. Non perché fossimo alcolizzati, per carità, ma solo perché, con le temperature molto alte, tendevi a sudare tutta la birra che bevevi. E la sensazione di relax svaniva in fretta, portandoti a bere litri di birra senza accorgertene.

Bella, la vita del pappone. Andavamo a pesca all’alba, tutto il giorno, in scogliere meravigliose. Tornavamo in città per pranzo, a mangiare cose buone, e via subito di nuovo in scogliera. E in un isola come quella, il tempo vola via e nemmeno te ne accorgi.

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Però, ti accorgi che 6 albe di fila vanno fatte. Vanno fatti i km di scogliera con le bolle ai piedi, con l’arsura in bocca e poco cibo appresso, perché, nello zainetto, ci stavano a mala pena le esche, ed il trade off peso – roba da portare è da valutare bene quando lasci la macchina chilometri alle spalle.

C’è da dire che è proprio quello che cercavo. Cercavo l’avventura, la stanchezza, l’emozione di cercare un pesce nell’Oceano.

Cercavo il fatto di sentirmi come chi, prima di me, ha attraversato quelle terre, e negli scritti ha trasudato emozioni forti e selvagge. Cercavo il fatto di sentirmi libero e solo, su quelle scogliere difficili con un mare di una prepotenza bruta, a lanciare un’esca…per la prima volta nell’oceano.

Cercavo la cattura della vita, e l’ho persa con un poco di sfiga. Forse cercavo un motivo per tornarci, e sicuramente l’ho trovato.

Però, il settimo giorno, ero contento di tornare a casa. L’esperienza è stata bellissima…perché ha avuto un termine. Ho sfruttato a pieno tutti i secondi concessomi dal tempo, ricordo nitidamente tutto quanto. Da quando siamo sbarcati ad Arrecife, a quando ho imboccato in contromano la via della Caserma Canaria, dove c’erano forze dell’ordine in ogni dove. Anche quando si è scaricato il navigatore del telefono, e abbiamo passato un’ora a cercare la via di casa, cercando di fare mente locale di come si chiamasse.

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Ma il bello, è proprio il fatto che sia finita. Anche se non vedo l’ora di tornarci.

Penso che le cose belle debbano durare poco, per assaporarle a pieno. Se un’esperienza è cosa da tutti i giorni, perde il significato della parola stessa, trasformandosi in routine. E di conseguenza perde il gusto.

Anche la cattura, se fosse giornaliera, diventerebbe monotona e noiosa.

Oppure…no?

Un abbraccio, Matte.