Quando hai 20 anni, andare a pesca è scontato. Quando ne hai 30, tra lavoro, impegni, (e per chi ne ha una) la famiglia, diventa complicato ma fattibile. A 40, interviene un’ulteriore variabile, una stanchezza cronica che pensavo non mi avrebbe mai colpito.
Ogni giorno la sveglia alle 6, il ritorno alle 20 a casa, ore di viaggi in macchina in mezzo al traffico, le cose da fare a casa, le emergenze quotidiane, risultato: un uovo bollito, un criceto su una ruota che non si ferma mai.
E allora imposti la sveglia per andare a pesca il giorno dopo, e la salti. Pensi, vabbè, non era bellissimo, forse ho fatto bene a stare a letto.
La volta dopo, la situazione si ripete. La volta dopo, ancora.
Ma le settimane continuano uguali, lavoro e vita domestica, e qualcosa non va. Lo stare a letto non mi riposa, non mi libera la testa, non sto bene. Ho troppe primavere per nascondermi dietro a motivazioni farlocche, so bene che il problema è che non sto andando a pesca.
Posso saltare un allenamento, le prove con il gruppo, ma come un tossicodipendente che smette di farsi, non posso smettere di andare a pesca. Se mi fermo a ragionare, forse, non è solo la canna che si piega, ma è (anche) la solitudine delle scogliere, il vento che smorza l’udito, il sale sulla pelle, la stanchezza delle risalite nella mai completa esplorazione di questa meravigliosa isola.
Non l’ho mai presa come una sfida, ho sempre avuto ed ho tutt’ora magnifici compagni di pesca che condividono il mio stesso ideale, l’emozione fanciullesca che possa sempre accadere qualcosa di magico in quello specchio d’acqua, che ci trasporti in una dimensione al di sopra dei problemi, dei pensieri, delle rotture di scatole.
Ed anche solo l’attesa di quel momento, vale tutto l’oro del mondo.
E allora, è necessario incentivarmi.
Mettere la sveglia e alzarmi senza pensare al freddo, al viaggio, a qualsiasi pretesto negativo. Ragionare solo su “tra un’ora sarò al mare, e tutto sarà bellissimo”.
E così fu.
Fine 2025, con il buon Donato, abbiamo organizzato una bella passeggiata in scogliera, alla ricerca di questi magnifici pesci, che sono peggio della droga. Una scarpinata importante, inizi con il freddo nelle ossa e quando arrivi sei sudato come fossi in una sauna, ma ne vale certamente la pena.
Dal 2011, sono 16 anni di cartellini timbrati, ogni anno. Non ho mai saltato un anno, e spero di riuscire a farlo sino a che avrò aria nei polmoni. La finestra di opportunità di catturare le lampughe da terra, ogni anno diventa più piccola.
Comunque, giornata strana, condizioni belle ma non eccezionali. All’alba il nulla assoluto, ma siamo preparati ad eventi di questo tipo, sappiamo quanto la differenza sia imputabile ad altri fattori, che alcuni sottovalutano, ma sono l’ago della bilancia.
Ed in un momento, lampi brasiliani fendono l’acqua. Le nostre canne si piegano all’unisono, un bellissimo branco di pesci non giganti ma divertenti, resta alcuni minuti ad ammaliarci.
Era questo l’incentivo di cui avevo bisogno? Probabile.
Il frullatore in testa si è fermato, l’anima si è assopita dentro al corpo, ho respirato.
Quante volte è capitato di non riuscire a ferrare in tempo? O di ferrare nel modo sbagliato rispetto all’attacco del predatore?
Mi sono sempre chiesto, se non ferrassi, ad esempio, pescando con le esche in silicone, cosa accadrebbe?
Può capitare che, ferrando forte , si possa togliere l’esca di bocca al pesce, che invece, alcune volte, fa tutto da solo, ingoiando l’esca ed autoallamandosi.
Quindi, quanto sono importanti i tempi di reazione?
Nella pesca come nella vita, direi parecchio.
Considerando sempre, però, la biunivocità del gesto. In questo caso, nel specifico caso della pesca, la scelta ricade tra ferrare forte o ferrare decisamente piano. Il non ferrare non è contemplato.
Chi legge il blog, conosce bene la mia perversione per la pesca in finesse e per le gomme minuscole. Analizziamo il caso in foto.
Spigola di dimensione tascabile, ferrata piano.
Ha ingoiato l’esca. Sarebbe servito ferrare più forte? Forse no, contestualizzato al tipo di esca e di pesca.
Certo, è molto improbabile che possa mangiare una leccia da svariati kg in laguna, su softbait, di notte.
Il tipo di esca non consente neanche chissà quale forza bruta nella ferrata. Lo spot, con acqua molto bassa, pochi ostacoli naturali e pochissima corrente, consente di percepire con sensibilità ogni tocca.
Discorso diverso per la pesca nei canali, alle imboccature dei porti, in situazione di forte corrente. Cambiano le esche in base alla corrente, cambiano i pesi e la sensibilità in canna. Per stare in pesca, aumenti i grammi, che complice la corrente, non consente di imprimere i movimenti che donano naturalezza all’esca, come, ad esempio, piccoli guizzi o stop ponderati, che invece riescono bene in laguna.
Qui, ferro deciso. A volte troppo, strappando l’esca di bocca al pesce. Bisogna fare una precisazione però. La canna utilizzata per la laguna, il trecciato e il FC sono decisamente più leggeri. Seppur le canne siano entrambe extra fast, una è 1/8 di oncia, l’altra è una 5/8.
Come avere due pistole, che per lo scopo che si persegue sono entrambe valide, ma con due calibri decisamente diversi.
Passiamo alla scogliera.
Gear decisamente maggiorato, perché la scogliera è come una scatola di cioccolatini, non sai mai quello che ti capita. (Si, va bene, ho rubato la citazione a Forrest Gump!).
Barracuda a jerk, ferrata decisa, nessuno scampo per il pesce, neanche in mezzo alle onde o alla corrente. Chiaramente, parliamo di ancorette.
Con gli ami singoli, raramente ho slamato pesci, ma se dovessi fare una proporzione, direi che ho pescato con le ancorette per il 95% del mio tempo. Quindi, una relazione decisamente spuria.
Mentre, per la pesca in top water, la ferrata e i tempi di reazione, almeno per quanto mi riguarda, sono decisamente più rapidi.
L’esca, spostata dalle onde o dalle forti correnti, potrebbe non finire esattamente in bocca al predatore. Se parliamo di barracuda, a volte, come in foto, capita che sbaglino l’attacco ma restino allamati.
A maggior ragione, è necessario ferrare forte.
Al fine poi di portare a casa almeno una bella foto sorridente, come nel caso sottostante.
Le lampughe invece fanno storia a se.
Personalmente, preferisco un approccio non violento, una ferrata morbida e una canna non troppo fast e progressiva, così da gestire le fughe del pesce in tutta tranquillità (e fare, quando riesce, pure qualche foto direttamente in acqua).
Questo anno mi ero ripromesso di andare a cercare le spigole in mezzo alla schiuma.
Sono andato nel ponte tra natale e l”epifania (si, questo articolo è stato scritto alla fine del 2024, ma solo adesso ho trovato il tempo di una revisione), che mi ha regalato una bella sorpresa, ma ne parleremo la prossima volta.
Malandrina fù la fugace gita in costa est, colpevole di stimolare nuovamente il demone della comodità di pescare dopo cena, la comodità dei “due lanci per digerire”, che tanto “il mare è dietro casa”, e lo sono anche le 4 del mattino con la sveglia alle 6 per andare a lavoro.
Una situazione normalmente impossibile, che si tramuta in probabile durante il tragitto in auto e diventa un amara conferma nel momento del primo lancio notturno.
In realtà, ero solo curioso di visitare luoghi in apparenza lontani, ma ahimè, il detto “anche la Cina è vicina” è proprio vero. Un dopocena post pizza a Budoni, ben lontano dai miei soliti luoghi di pesca, si è trasformato nell’occasione per conoscere le meraviglie del tanto sognato Porto Ottiolu, rimasto nella mia memoria in tenera età. Mi spiego.
Avrò avuto circa 14 anni, quando su TCS mandarono in onda il video del signor Giancarlo, esperto pescatore che grazie ad un effervescente gamberetto, stimolò l’attacco di una spigola novembrina. Fù amore a prima vista, seppur si trattasse di pesca a galleggiante, e non del demoniaco inganno dello spinning.
Avete presente quando ci restano impresse delle situazioni idealizzate da bambini, e non appena si ha la possibilità, ci si toglie lo sfizio? Ecco, quello sono io a Porto Ottiolu. Direte, non è chissà quale soddisfazione, è vero. Ma ho depennato dalla lista dei desideri il toccar con mano il luogo del famigerato filmato di pesca.
Quindi, a pancia piena, ma senza canna da pesca, sfortunatamente, mi accingo a passeggiare tra i moli, lesto come un gatto, in un luogo in cui l’opulenza e la ricchezza si confermano tra imbarcazioni costate svariate milioni di euro.
Nel vento, percepisco un idioma diverso dal nostro, ma alcune parole arrivano cristalline, “C’è l’Ho”, “Cazz…perso”, “Sta mangiando strano…”. Mi accingo a scrutare meglio nel buio, e due spinner sono alle prese con pesci attivi che mangiano senza sosta. Spigole. Ne intravedo una nell’atto del salpaggio.
Pescando in top water e con esche dure, le allamate sono numerose, ma le catture poche. Mi pento di non essermi portato la mai cara compagna GLX.
Che la scimmia della pesca a gomma torni puntuale a bussare alla porta ad ogni inverno, con impermeabile e cappello, non è tesi controvertibile, è una delle poche certezza della mia miserabile vita da pescatore.
Ma le gesta poco eroiche dei due ratti in gonnella, con le spigole in frenesia, hanno trasformato la scimmia in un intero branco di gibboni urlanti, che nella mia fantasia si divertono a tirarsi addosso resti di banane e di feci.
Ed infatti, non appena tornato a casa tra le cosce calde del profondo sud, corro subito a recuperare l’attrezzattura per fare due lanci in zona.
Anche noi, al sud, ci difendiamo abbastanza bene.
Prima tappa in laguna.
Le spigole non si fanno attendere, dividendosi le mangiate tra piccoli spotter ed esche spiombate. Causa le piogge del periodo, i waders tornano in macchina sporchi più di fango che di salsedine.
E con il graduale calare del buio, e l’arrivo dei serra, mi avvicino in porto, deciso a dimostrare che non abbiamo nulla da invidiare alla costa est.
Arrivato in porto poco prima del cala sole, negli ultimi spiragli di luce, prima del calare delle tenebre, una gomma jerkata a mezz’acqua stimola l’attacco di una spigola.
La corrente è quella giusta, ed aumentando la grammatura delle esche, ne castigo un altra.
All’aumentare della corrente, è il momento di pescare un poco più pesante, e decido di utilizzare un Black Minnow con testa piombata da 25 grammi.
Nei primi lanci, ricevo alcune mangiate, ma completamente infruttuose. Decido quindi di anticipare la corrente in modo deciso, lasciando l’esca in pesca quanto basta per l’attacco deciso di una spigola.
Il territorio di caccia, forse complice la forte corrente, forse il periodo in cui gira di tutto essendo dicembre inoltrato, viene condiviso con numerose altre specie.
Prima, un piccolo cerniottino decide di devastare la gomma. Non sono certo, ma dal colore sembra un esemplare di cernia bianca.
Poi, prima di andare a casa, decisamente soddisfatto della giornata, dubbioso se chiudere la pescata cercando i barracuda a gomma, mi sposto di qualche metro e mi concedo gli ultimi due lanci in mezzo ad una pietraia di tufo.
Primo lancio, l’esca si ferma nel recupero. Due testate, forzo la GLX e sento che piano piano qualcosa si stacca dal fondo.
Forse avrebbe meritato una foto migliore, ma come tutti gli altri pesci dell’articolo, è stata fotografata a ributtata in acqua alla velocità della luce.
Soddisfatto di aver appagato le mie necessità, torno a casa sereno, pensando al fatto che sia bellissimo avere il mare a 10 minuti da casa, poter pescare in serenità, e vedere numerose specie marine in così poco tempo.
E per questo anno, le mie avventure in ambiente antropizzato hanno raggiunto il loro target. Ci vediamo in scogliera!
Mandato in esilio in terra sassarese, dove ormai da quasi un anno dedico il mio tempo quasi interamente al lavoro e all’incessante tentativo di giustificare questa scelta di vita, mi pento e mi dolgo dei miei peccati, quanto basta per fare ritorno tra le braccia delle mie calorose scogliere del Sud una volta a settimana.
Non ho fisicamente il tempo di esplorare le scogliere più belle della Sardegna, perché diciamocelo, il Nord Sardegna, per un pescatore a spinning, è il paradiso.
Ricordo un raduno di Seaspin, ormai più di dieci anni fa, dove uscirono dentici, spigole, barracuda, lampughe, in due giorni, forse anche complice un mare perfetto.
Mi sono ripromesso infatti, nelle prime scadute novembrine, perlomeno di farmi una passeggiata ad esplorare i luoghi.
Torniamo a noi e alle scogliere del sud ovest.
Ed eccoci qui, ai primi di Settembre.
L’arcobaleno fa ben sperare in giornate felici, decisamente più produttive rispetto al 2023, dove per numerosi motivi sono stato costretto a dedicare il mio tempo ad attività decisamente meno piacevoli, ma necessarie alla mia sopravvivenza.
In tutto il mese di Settembre, conto 4 uscite all’attivo.
Rispetto ad anni passati, ho trovato difficoltà a trovare i pesci in spot considerati confort zone, e la prima uscita è andata buca. Neanche un barracuda, niente di niente. Per il primo anno, i sensi di ragno hanno fallito, la giornata sembrava perfetta.
Secondo giro, il giorno dopo in costa sud. All’alba nessun segno di vita, ho dovuto attendere sino a mattina inoltrata per agganciare la prima lampuga del 2024.
Pesci piccoli, ma numerosi e divertenti.
Unica nota negativa, ho perso una lampuga stimata sui 4/5 chili.
Erano due, le ho viste risalire dal fondo con estrema tranquillità, per poi mangiare allegramente il mio povero wtd.
Michele, compagno della giornata di pesca, è rimasto in uno stato tra lo stupore e l’eccitazione per alcuni minuti.
Io ho tirato giù il calendario.
Considerando l’attrezzatura dimensionata al tipo di pesca (canna 5/8 e mulinello 2500), non è stato possibile neanche pensare di combatterla. Un grande peccato, sarebbe stata la lampuga della vita.
Successiva uscita, questa volta in solitaria, ha portato pochi risultati.
Ho voluto esplorare una punta, presente dal lontano 2021 nel mio elenco dei posti in cui timbrare il cartellino, ignorando assolutamente la possibile difficoltà di scendere al buio (e successivamente, risalire).
Dopo aver girato una buona mezz’ora in mezzo ai pietroni e agli arbusti, con fortunatamente l’alba ancora lontana, trovo un anfratto che non senza difficoltà mi porta nei pressi dell’acqua, una punta, diciamo, interessante. Spot scomodo, ma si è visto di peggio, l’unico problema, l’altezza.
Senza strumenti di supporto, ad esempio, come un coppo, è difficile salpare i pesci con serenità.
Nessun segno di vita, seppur il mare in scaduta avanzata sia meraviglioso. Poco dopo l’alba, incanno un barracuda che verrà a casa con me.
Con il sole alto, vedo alcune increspature nell’acqua dietro la mia esca, neanche il tempo di pensare e lampuga in canna.
Dovendola sollevare di peso, si è massacrata sulle pietre.
Subito dopo, è uscita la sorellina, più o meno della stessa taglia.
Non potendo rilasciarle in mare, le ho rilasciate in forno condite con senape, salsa di soia, miele e limone, in un letto di patate, olive taggiasche e cipolle di tropea. In qualche modo dovevo pur consolarmi.
L’ultima e quarta uscita di settembre, è stata caratterizzata dalla pioggia, seppur, appena arrivato sullo spot, il cielo fosse quasi libero da nubi.
In uno dei miei posti preferiti per paesaggio e comodità, unica nota negativa, una pioggerellina leggera ma incessante. Nel momento in cui si è alzato il vento ed è finita la pioggia, ho effettuato l’unica cattura, verso le 10.30.
Non si è vista altra pinna.
Sono dispiaciuto per non aver (ancora) fatto lampughe di taglia, ma scrivo questo post alla metà di Ottobre, e per adesso ancora tutto tace.
Altri due/tre weekend sono a disposizione, condizioni climatiche permettendo, ma sono comunque a cuor leggero, avendo timbrato il cartellino anche nel 2024.
E poi, quando arriva Novembre, sento il richiamo delle soft baits….che anche questo anno, per adesso, ci stanno regalando qualche emozione, ma ne parleremo prossimamente.
La Sardegna regala estati di San Martino particolarmente intense, non è di certo un segreto.
Mi accingo a scrivere queste righe i primi di Novembre, circondato dai 26 gradi che sprigionano un tepore che mi spinge ad avventurarmi in luoghi meravigliosi, conosciuti più dai turisti amanti del trekking che dagli autoctoni.
Ragione per la quale, in queste belle giornate di sole, ho preso giberna e canna da pesca, ed ho iniziato a camminare in sentieri certamente battuti, ma poco interessati dalla pressione di pesca.
E’ un piacere vivere i sentieri della costa ovest, una leggera brezza mi rinfresca il viso, mentre gli odori e le sensazioni si fanno più intense al salire della montagna.
Arrivo ad un bivio, mi fermo. Il soffio del drago è li ad osservarmi. Continuo a camminare. Proseguo per il sentiero, sino ad arrivare, in linea d’area, al punto in cui vorrei scendere.
Abbandono i cartelli per inoltrarmi nei cespugli. Passo un’ora buona a camminare, secondo me, in linea retta, cercando di aprire un sentiero nella bassa vegetazione.
Finalmente, giungo al bordo della scogliera, e sorpresa delle sorprese, scopro una vecchia rete di contenimento. Non è possibile scendere. Sconsolato, mi giro per tornare indietro. Mi accorgo che non essendoci sentieri, la vegetazione è tutta uguale.
Inizio a camminare, è già mezzogiorno passato. Il caldo inizia a farsi sentire, e faccio fuori una delle due bottigliette di acqua che mi sono portato appresso.
Ritenendo di camminare in linea dritta, finisco all’interno di un ginepraio. Torno indietro. In linea d’aria, so da dove sono venuto, quindi cerco di trovare la costa per percorrerla bordo bordo.
Trovo per caso una strada sterrata. Ben fatta, sembra scendere verso la strada asfaltata. Cammino per una buona mezz’ora sino ad arrivare al terreno di un pastore.
Sento le macchine passare poco lontano da me.
Penso, “è fatta, mi basta attraversare il terreno di fronte,e posso seguire la strada sino al parcheggio”.
Scavalco la rete, e dopo due passi mi sento osservato. Mi giro, e due dolcissimi cagnoloni erano in modalità autovelox, portandomi a considerare l’idea di tornare da dove stavo arrivando.
Proposta accettata, scavalco nuovamente e risalgo il sentiero. Vengo preso da un poco di sconforto, non avendo mappe e non avendo rete nello smartphone. Dura giusto un attimo, il tempo di pensare che se dovessi morire, la banca saldarebbe metà del mio mutuo. E subito mi torna il sorriso.
dav
Risalgo il sentiero, denudato della maglietta ormai zuppa di sudore, con la pelle divenuta ormai piscina per le mosche e le labbra secche come la sabbia.
Noto il lontananza un albero che aveva attirato la mia attenzione all’andata, una forma strana e decisamente particolare. Cerco di arrivarci il prima possibile, considerata l’ultima ancora di salvezza dopo due ore di girovagare nel nulla assoluto.
Mai più utile fu la spesa per delle scarpe adatte alla scogliera. Come un caterpilar rullo ogni ostacolo sul sentiero, accorgendomi solo successivamente di quanta pelle ho lasciato sugli arbusti.
Arrivo all’albero. Vedo i segni sulle pietre, che indicano il cammino da percorrere per non smarrire la via. Ringrazio e vado avanti.
Nel tornare, dall’alto, noto un punto dove poter scendere.
Seppur siano quasi le quattro, ritengo di meritarmi due lanci,e considerata la temperatura dell’acqua e la quantità di lampughe di questa annata, lancio il mio jig comunque fiducioso di quanto possa accadere.
Pochi lanci ed ecco il tonnetto alletterato che mi consente di timbrare il cartellino.
Non è enorme, ma perlomeno è divertente. Faccio due foto di rito, e con poca gentilezza, considerata la scomodità della cala in cui mi trovo, lo lancio letteralmente in acqua.
Seppur piccolo, il fondale interessante ha reso particolarmente divertente il combattimento. Onore a questi piccoli pelagici.
Decisamente soddisfatto, decido di tornare verso la macchina, sporco, sudato e con alcuni kg in meno che riprenderò non appena seduto a pranzo.
Mi mancava esplorare, seppur siano sentieri conosciuti, sino a quando non ci andiamo con i nostri occhi, rimangono zone grigie.
Peccato non avere il tempo per farlo tutti i giorni, ma va bene così.
Ed infine, dopo una bella dormita ed un sostanzioso spuntino, sono andato a fare due lanci in zona portuale, approffitando del favore delle tenebre.
Pochi lanci sono bastati per impegnare la Heracles Vanto, ormai relegata a ruolo panchinaro in favore della più esperta SJR 783 in GLX.
Al contrario del tonnetto alletterato, questa spigola, la prima di questo autunno, è venuta a casa con me.
Sperando in altrettante belle catture, vi mando un’abbraccio!
La Battaglia del Fosso di Helm, o più correttamente Battaglia di Hornburg, fu una dura battaglia combattuta durante la Guerra dell’Anello nella notte tra il 4 e il 5 Marzo 3019 TE presso il Fosso di Helm, la più importante fortezza del regno di Rohan.
Questo fu il primo scontro durante il quale un esercito invasore sia riuscito a provocare una breccia nelle mura della fortezza, mettendo a repentaglio la vittoria dei difensori. Tuttavia la vittoria arrise alfine ai Popoli Liberi della Terra di Mezzo, grazie all’aiuto insperato di Erkenbrand e dei suoi soldati radunati da Gandalf, i quali attaccarono il nemico alle spalle massacrandolo e costringendolo alla fuga.
Quando anche l’ultimo avanposto fu caduto, depredato dall’invasione barbarica, come se non bastessero gli avventori locali, ci guardammo negli occhi con i pochi rimasti, e capimmo che l’anno in corso, sarebbe stato l’ultimo in cui avremmo pescato sereni, senza le avvisaglie di luci bianche ad avvisarci dell’arrivo dei depauperatori.
Come un mommotti solitario su pietra ferrosa, piango lacrime di sangue, rimembrendo i tempi in cui la solitudine in scogliera era la normalità, e non un lusso.
Le conseguenze saranno drammatiche.
Mai come in questo anno si era assistito ad una invasione di tali dimensioni.
Accertato da fonti locali, riguardo l’annientamento del pesce nelle città barbariche, spinti dalla fame di catture, il riversamento nelle nostre coste così selvaggie era ampiamente prevedibile.
Rimembro ancora, chi in tempi non sospetti, una decina di anni fa, mi ammoniva dicendo che i social e la visibilità sarebbero stati la rovina di tutto, e che una volta finiti i pesci fetidi dei porti, e massacrati quei pochi barracuda suicidi provenienti dalle imbarazzanti scogliere di tufo, l’armata si sarebbe spostata nei verdi territori della costa Sud Ovest.
“Hai presente cosa è successo con i ricci di mare? se continuiamo a pubblicare foto e video dei posti, accadrà lo stesso.”
Mai previsione fu più azzeccata.
Ma non c’erano dubbi, considerata l’esperienza nel campo della pesca a spinning e nella vita in generale, di colui che condivideva il suo tempo ad insegnarmi la differenza tra la filosofia intrinseca nella pesca a spinning ed il padellare indistintamente ciabatte e pesciu re.
E la caduta del fosso di Helm, annunciata da tempo, è arrivata.
Puntuali come un orologio, orde di luci in scogliere che fino a poco tempo prima erano frequentate esclusivamente dai locals, ad abbagliare i pochi poveri pesci rimasti, perché lanciare al buio, senza luce accesa, evidentemente incute timore in chi quelle scogliere le conosce poco.
Jig e popper di dimensioni considerevoli, alla ricerca di pesci talmente ostici le cui catture da terra si contano sulle dita di una mano.
E paura. Molta paura.
Paura di arrivare 10 minuti in ritardo sullo spot, e trovarlo occupato da chi andando via abbandonerà decine di sigarette spente buttate sopra gli scogli, plastica, spazzatura di ogni tipo, che puntualmente mi ritrovo a riportare a casa perché il rispetto per lo spot di pesca è la base di ogni fondamento.
Vorrei vedere se a casa loro buttano le cose per terra.
Che siano maledetti a non prendere più un pesce, che non ve lo vendano neanche al mercato alla fine della mattina, quando rimane solo lo scarto buono per far ingrassare i gatti.
Il problema, è che il problema siamo noi.
Lo sono anche io, quando presto poca attenzione nel pubblicare le foto, e una pietra, uno scoglio, uno scorcio di panorama, vengono ricondotti alle zone ed infine allo spot stesso.
Fortunatamente, non sono in grado e non sento la necessità di fare video per colmare l’egocentrismo che mi porterà alla rovina, altrimenti non potrei addossarmi solo metà della colpa.
E’ anche vero, che riconosce lo spot solo chi lo conosce già. O forse non è proprio così.
Quante volte ho sentito dire: ” e vabbè tanto è già sputtanato,lo sanno tutti”.
Bene, ora ne abbiamo la certezza.
Fortunatamente, non lo ritengo un problema. Sono a casa mia, posso permettermi di cambiare stanza per dormire sonni tranquilli e continuare a pescare serenamente senza nessuno intorno.
E’ chiaro che cambieranno le distanze, le camminate si faranno più lunghe, le sveglie suoneranno prima, ma d’altronde è bello anche cambiare, provare posti nuovi.
Quindi nessun problema, chi va a pesca e sa pescare sa bene che lo spot è tanto, ma non è tutto.
Ma resto con il magone per due questioni in particolare.
In alcuni spot, possono capitare alcune giornate molto fortunate. E per molto fortunate, intendo agganciare tanti pesci che se trattenuti potrebbero riempire il cofano di una automobile.
Sapete perchè esistono ancora queste giornate? Perchè i pescatori lungimiranti, che hanno il piacere di pescare e non di fare stragi, trattengono il giusto, oppure proprio niente.
E sopratutto, ci si riserva di turnare gli spot, in modo tale da abbattere quel minimo di pressione di pesca che generalmente si ricollega alla pesca a spinning.
Sappiamo tutti cosa è accaduto in alcuni spot, dove le catture multiple sono diventate casuali ed alcune volte, sembra di essere alle poste.
Ultimo ma non meno importante, la quantità abominevole di spazzatura che viene abbandonata nelle scogliere.
Non siamo e non siete a casa vostra. Il mare è di tutti. Trovare altri pescatori nello spot, è un problema mio e di chi la pensa come me, e la soluzione è infatti spostarmi un poco più distante alla ricerca di una solitudine leopardiana.
Ma perlomeno, abbiate la decenza di non lasciare la vostra spazzatura ovunque andate. Le sigarette, la plastica delle merendine, degli artificiali, pezzi di lenza e trecciato.
Non devo dirvelo io che sono destinati a finire in acqua, inquinando il mare e distruggendo la fauna marina.
Certamente, questo punto è dedicato anche ai locals, ma sulle persone con le quali condivido le uscite, ma anche con chi non le condivido ma conosco bene, ci metto la metto la mano sul fuoco che nessuno di loro lascia spiacevoli ricordi.
Sono certo che tra i pochi che leggeranno l’articolo, alcuni non condivideranno le mie considerazioni.
Pazienza, rispetto chi la pensa diversamente da me, ma non potevo sottrarmi dall’evidenziare la situazione.
Chiudo affermando che questa è stata una stagione di lampughe meravigliosa, pesci di taglia, divertenti, dappertutto.
Impossibile non prenderne, decisamente più complicato fare le foto in autoscatto.
A volte rivolgo uno sguardo al passato, guardo le foto di 15 anni fa, e mi accorgo della quantità incredibile di capelli sulla mia testa. Il tempo passa per tutti.
E nel mio piccolo, per le poche catture che effettuo rispetto a chi dedica più tempo allo spinning, mi ritengo soddisfatto di come ho passato, e di come trascorro il mio tempo libero.
Ogni tanto, su instangram, mi cade l’occhio sulle foto degli altri pescatori. Mi rendo conto di essere anacronistico.
Rispetto a 15 anni fa, il cambiamento è inopinabile. E certamente incontrovertibile. La tendenza ad apparire rispetto all’essere, è la caratteristica comune del nostro tempo.
Tik Toker, Twitcher, con salari straordinari che non producono nessun valore aggiunto, e di questo passo, tra un ventennio, non ci saranno più medici ma solo social addicted.
Era inevitabile che il fenomeno prendesse piede anche nel mondo della pesca.
Le foto degli altri sono bellissime.
Riescono a donare colori che nei pesci pescati da me non ho mai visto. Le pose sono incredibilmente fighe, la luce, il contrasto, le location. Riescono a rendere un matsugoro pescato in un canale lercio di una città di tossici, una cattura meravigliosa da pubblicare sui social.
E poi ci sono io, che non sono capace e ne sono immensamente geloso.
Mi sforzo per attribuire una dignità alle mie foto, ma non riesco. Le spigole suicida dei porti, restano spigole che avevano perso ogni motivo per continuare a vivere.
I barracuda straziati dalla fame, che al cambio di luce ingoierebbero anche il peggiore dei veleni, anche nelle foto restano tali, “sporchi, urlanti e strappati via dalla donna che amano”, direbbe un mito americano.
In definitiva, apparire è meglio dell’essere?
La foto di una coloratissima gallinella di mare vale più di una foto di una spigola portuale? Qualcuno può per favore fornirmi il tabellario con le valutazioni relative all’importanza delle foto?
Sono fuori dal giro da un po, e non sono neanche bravo con i social.
Riesco a malapena a pubblicare una foto su instangram, e questo mi limita molto. Se sono deluso da queste corse sfrenate alla pubblicazione?
No. Largo ai giovani. Ai tempi moderni.
I nostri padri partorivano polemiche sul nostro comportamento, e così sarà per noi con i nostri figli. Siamo prima innovazione, poi storia. Ed infine polvere.
Il fatto di accettare il cambiamento dei tempi, non vuol dire condividerli. Ho appunto alcune riflessioni, che per quanto tali, ogni tanto si trasformano in vere e proprie polemiche da bar.
In alcuni giovani pescatori, è bello vedere la rincorsa alla cattura. All’esplorazione, alle notti insonni, alle sperimentazioni. Io vivo di spot che mi consentono di seguire il lavoro e la famiglia, ma avendo più tempo a disposizione, avrei piacere di visitare alcune scogliere in agenda da anni.
Forse le mie ginocchia non sono della stessa opinione.
Chi ha la forza e il tempo della gioventù, deve necessariamente sfruttarlo. Perchè il tempo vola e non sembra più essere così tanto come alcuni anni prima.
Non mi spiego, però, chi vuole prendere la scala mobile.
Invece di locustare gli spot, spinti dalla voglia di una cattura facile, non è più soddisfacente sperimentare? Lanciare un esca dove ancora nessuno l’ha fatto? Beato chi ha il tempo. Equivale a metà della pescata.
Pescare alla ricerca della cattura della vita la ritengo una filosofia corretta. Cazzo, ogni lancio può essere quello giusto, bisogna crederci ad ogni giro di manovella.
Pescare pensando già alla foto da pubblicare, con il righello in mano, dando via alla gara di chi lo detiene più lungo, forse meno.
Ma ripeto, sono riflessioni, i tempi sono cambiati, io sono cambiato, o forse ho solo qualche ruga in più e la stessa passione per la pesca a spinning di tanti anni fa, dove un barracuda in zona industriale, mi faceva dimentare le secchiate di preoccupazioni.
Continuerò a fotografare, male, ma va bene così. Ogni foto ritrae un momento felice di un giorno qualunque, ed è la somma delle piccole cose, alla fine dei conti, a fare davvero la differenza.
Anacronistico? Probabile. Malato di pesca? ci puoi giocare le palle.
E puntuale come un orologio, tra qualche settimana, un piccolo racconto sulle dannate pesti brasiliane.
Le temperature si abbassano, i paesaggi si rilassano, ed il sole che batteva forte sino a tarda sera, lascia spazio alla notte ogni giorno qualche minuto prima.
Ringrazio ogni giorno della mia vita la fortuna di vivere in Sardegna. Sono conscio del fatto che milioni di voi non hanno, e forse non avranno mai, la possibilità di vivere un alba o un tramonto nei luoghi che per noi sono la routine, ma che quando, causa pandemia globale, non puoi andare al mare per 3 mesi, tornano ad avere l’importanza che meritano, una esplosione di colori, profumi e sensazioni senza i quali non potresti vivere.
Venite in Sardegna. Entrate in punta di piedi e rispettatela. Fate tesoro degli odori, dei colori, delle sensazioni, innamoratevi del mare in tempesta o dell’acqua cristallina, fermatevi un attimo, sedetevi sopra una roccia ad osservare il tramonto e staccate il cervello.
Autunno.
Il momento migliore. Il turista occasionale è partito, ha fatto finta di portare il benessere economico, alcuni ci hanno preso per africani, altri hanno capito che non sono a casa loro. Poco importa.
Le spiagge si svuotano, le scogliere lasciano spazio al rumore dei grilli e degli uccelli, l’alba e il tramonto necessitano di una felpina. Si respira un aria diversa.
Autunno.
E mi prudono le mani. Le sento già in canna. percepisco gli schizzi, le bollate, le allamate, fremo dallo scendere in scogliera. Sono ancora a letto e vorrei essere già sul mare. In macchina le sensazioni si fanno più forti, la discesa in scogliera è lunga ma sembra infinita. Ed una volta giù…
Autunno.
Le lampughe sono puntuali, un orologio svizzero. Questo anno sono state molte meno degli anni passati. Non ho avuto molte possibilità di andare a cercarle con condizioni ottimali, e certamente, la fortuna di trovarle in kayak, mi ha aiutato nel timbrare il cartellino, però sia come taglia, sia come numero, a sentire anche altri amici che le hanno battute in modo forsennato, hanno tradito le aspettative.
Alcuni hanno associato la riduzione ad un incremento dei tonni alleterati, che tutt’ora si trovano in grande numero sotto le nostre coste. Io che non ho l’esperienza per potermi esprimere, ne ho solo pagato le conseguenze come divertimento.
Pazienza. L’importante è provarci sempre. L’estate è stata lunga e bellissima, pensavo in un autunno color brasile, e invece, sono riuscito a malapena ad agganciarne una decina, di cui alcune slamate.
La fortuna di essere uscito alcune volte in kayak, mi ha permesso di lanciare sulle bollate. A volte andava bene, altre meno.
La capacità di questi predatori di passare da un momento di frenesia incredibile a un disinteresse generale verso le nostre esche, le rende tanto affascinanti quanto odiose.
Alcuni giorni, il primo giro è quello buono. Altri, dopo tutta una mattina a lanciare, il giro buono è a sole alto quando ormai le speranze sono perse. Per questo, bisogna lanciare, lanciare e lanciare.
E sul kayak, per me è stato tutto nuovo. L’ho acquistato senza pedali per tenermi in forma e prendere un po di sole, vista l’allergia che ho per le spiagge e per la gente. Alla fine ho ceduto alla tentazione, e ci sono uscito a pesca.
Non essendo un kayak pensato per la pesca, è necessario coordinare bene movimenti e intenzioni, sopratutto con il pesce in canna. Però dopo alcune slamate, ho addrizzato il tiro, e ho issato il pesce a bordo senza troppi fronzoli. Pur avendo il coppo, l’adrenalina è sempre troppa per pensare ed agire in maniera corretta.
Il primo giorno in cui le ho agganciate è stato bellissimo. Mi sono goduto l’alba comodamente seduto in kayak, mare piatto, assenza di vento. E dopo alcuni giri sotto costa,le ho trovate banchettando sulla minutaglia. Sono stati 15 minuti di follia.
Sparivano, riapparivano, seguivano ma non mangiavano, ma già vederle sotto il kayak, è stata una bella emozione. Chiaramente, le poche lampughe prese sono state tutte rilasciate.
Immancabile la foto pubblicitaria, con la mai troppo poco compianta 4 Sport Outdoor.
Almeno la lampuga rende la foto interessante.
Non amo andare a cercare i pesci serra. Questa è una costante.
A volte, è capitato di agganciarli cercando le spigole in mareggiata, altre volte, cercando le spigole dentro i porti, ma non ho mai organizzato un’uscita alla ricerca di quei pesci schifosi.
Il barracuda è peggio. Cerchi le lampughe, a luce, ed esce un barracuda. Cerchi un bello spot con una batimetrica interessante? Ed ecco un barracuda.
Vai a fare colazione? Prendi un barracuda.
E tra tutte le esche che potevano devastare, hanno scelto sempre il meglio. Con quello che costano le esche serie oggi, il mio consiglio per i giovani è : iniziate a drogarvi. Spenderete sicuramente meno, e avrete meno giramenti di palle tra pesci che non mangiano, scadute perse per impegni improrogabili e personaggi della pesca ampiamente discutibili.
Scherzi a parte, questa è una pesca meravigliosa. Ti spinge ad imparare velocemente l’economia domestica, se non vuoi finire sul lastrico.
Black Minnow, par exemple, docet.
A volte la taglia interessante colmava la totale mancanza di grazia e bellezza che certamente non si addice al più stupido dei predatori. In altri tempi, avrei detto, meglio di niente, ci togliamo il cappotto.
Oggi dico meglio niente.
Vi lascio con una foto da cremino,con giubottino da saturday night abbinato a mojito e sigaretta. E non è nemmeno la prima volta che accade, e di certo, non sarà nemmeno l’ultima.
Questo succede quando scarichi la macchina e ti dimentichi di rimettere la giacca da pesca. Non mi salva nemmeno lo sguardo sveglio.
E dopo questa carrellata di foto, più per documentare che in Sardegna si sta bene (sebbene il covid cerchi di minare le nostre sicurezze), che per fornire un effettivo contributo al mondo trash della pesca a spinning, vi anticipo che il prossimo articolo sarà decisamente più interessante.
Come vive la pesca a spinning una persona che si approccia oggi a questa tecnica ormai praticata da giovani influencer? Può pescare anche senza avere un account instagram? Deve per forza commentare ogni post su facebook? Deve per forza dimenticare la grammatica italiana?
Non mi piace più il mondo della pesca, quello virtuale tanto meno. E dire che qualche anno fa percepivo la rete come un utile strumento alla condivisione, alla ricerca, allo sviluppo.
Adesso è una polveriera pronta ad esplodere. E dire che la pesca dovrebbe essere la cura per lo stress, e non la causa.
Troppa gente stressata, troppe persone in giro per l’Italia che si trascinano i problemi a pesca. O forse che fanno della pesca stessa un problema. Quasi che forare sia diventato di fondamentale importanza per la propria esistenza, che dimostrare di aver pescato confermi uno status symbol per essere uguale a tutti gli altri, e se non si pesca quasi si impazzisce.
Il dubbio che io stesso, attraverso questo blog, abbia contribuito ad alimentare il mostro continua a girarmi per la testa. Come è giusto che sia, ho preso zuccherini e bastonate, ma quando uno decide di esporsi, sono danni collaterali che mette in conto.
E’ arrivato il momento di fare un passo indietro.
Non ho più voglia di scrivere, tanto non ha senso. Mi spiace per quei pochi che mi seguono e capiscono l’ironia ed il mood dei post, mi dispiace altrettanto per chi mi segue e forse non ha mai saputo leggere oltre le righe.
Il blog, almeno per un po, resterà fermo. Ho necessità di riandare a pesca per bisogno, perché mi manca il mare, la solitudine, il non preoccuparmi se pesco o meno e fregarmene di documentare poi chissà quali strabilianti catture.
Continuerò a fare foto perché mi piace, se qualcuno ha piacere può continuare a seguirmi su instagram (saltwaterfable).
Non festeggiate troppo, perché non è un addio. E’ solo un arrivederci.
Riguardo la pesca a spinning, non posso insegnare niente a nessuno. L’unico consiglio che posso darvi è di andare a pesca ogni volta che potete, perché il tempo è sempre troppo poco per fare quello che ci piace fare.
Se stai leggendo questo blog, probabilmente hai la stessa malattia di cui sono affetto io e la stessa di cui è affetto chiunque altro appaia in questo spazio.
Relativamente ai viaggi da fare, un consiglio posso darvelo. Diciamo che appena si può, con la mia compagna investiamo i pochi spiccioli risparmiati nel visitare posti nuovi e diversi dalla Sardegna.
Siamo stati in Scozia, Irlanda, Francia, Spagna, la meravigliosa Lanzarote (dedicandomi prevalentemente alla pesca), ma posso affermare con certezza, che non mi serve viaggiare per stare in paradiso.
Mi dispiace (forse neanche così tanto) dirvelo, la Sardegna è il posto più bello dove vivere.
E se non ci credete, state pure comodi a casa vostra.
Mi prendo un momento per me stesso. Perché per quanto mi riguarda, la pesca non è solo pesca. E’ un momento per noi stessi, per staccare, dedicarci a qualcosa che ci rende felici.
E se la natura ci aiuta, troviamo la pace in luoghi diversi ognuno dall’altro ma uguali nei sentimenti. Lo spinning è anche un po questo, esplorare, mettersi alla prova, combattere le paure di mari troppo grossi e di scogliere troppo scoscese. Tornare ad essere più vicino alla terra di quanto lo siamo mai stati, scivolando nei sentieri, sbucciandoci le ginocchia, ed a volte, come mi ricordano i tagli sulle braccia, scivolando per qualche metro con il petto attaccato alla roccia e fermarsi ad un ciglio dal precipizio.
L’importante è sempre ritrovare il sentiero che ci riporti verso casa.
A volte, senza neanche pescare. Oppure, come Daniele nella foto sottostante, agganciando pesci che fanno la differenza solo tra il cappotto e la cattura, ma che se potessimo scegliere, rimarrebbero in acqua senza nessuna ombra di dubbio.
A volte anche senza amici, perché secondo me fa bene uscire in solitaria. Nessuna parola, solo gesti e suoni ad accompagnare la pescata, solo con esca, canna e mulinello.
E poi l’alba. Posso dire di avere avuto la fortuna di vedere albe magnifiche, in posti che grazie alla pesca diversamente non avrei visto. Situazioni che si creano solo quando il sole fa capolino da dietro le montagne, una leggera brezza di maestrale che rinfresca le idee e…lo strike.
Che sembra essere l’obiettivo dell’uscita, probabilmente lo è, ma ci sveglia dal sogno che stiamo vivendo.
E al salire del sole, i colori diventano più chiari. Il quadro cambia, e si comincia a percepire una serenità tangibile.
Silenzio. Si sente solo qualche onda frangersi sulle rocce, e qualche uccellino troppo chiassoso alla ricerca di qualcosa da mangiare. Ed è il momento di attivarsi. di prendere la canna in mano e dedicarsi alla pesca, seppur sembrasse ben lontana l’intenzione di compiere gesta diverse dal chiudere gli occhi.
Si apre la plano, si fa la conta su chi comincia, e subito si vedono volare in acqua pezzi di plastica alla ricerca del predatore di turno. Perché la cattura può solo migliorare queste giornate.
E ci pensa Omar ad aprire le danze. Per bene questa volta. In un mare non proprio piatto, si intravedono dietro il Pro – Q esplosioni degne di una guerra, sino a quando la lampuga non riesce a prendere bene le misure.
Meraviglioso combattimento terminato con una foto e un kittemuort’ come complimento per la bellissima cattura!
Poco dopo è il mio turno. Piccola. Decisamente. Ma divertente come sempre. Agganciata con un piccolo jig a mezz’acqua.
Uno scatto fotografico e via di nuovo a nuotare tra i suoi simili.
Poi è il turno della sorellina, decisamente più grande e più interessante. Agganciata a Popper, ha cominciato a saltare come una dannata. L’ho portata a spasso alcuni minuti, per farla stancare bene e permettermi un salpaggio in sicurezza, sia per me che per lei.
Neanche a dirlo, è stata prontamente rilasciata.
Ultima della giornata, perché poi sono dovuto fuggire al matrimonio di Sepclo, piccolina ma bella luminosa. Il fotografo (Simone), è come sempre un fuori classe. Grazie Simo!
Dopo pochi lanci è il turno, neanche a dirlo, di Simone. Recupero skippato sul pelo dell’acqua, inseguimenti mozzafiato terminati con una lampuga in canna e tutto il branco dietro.
Grande Simo!
Al termine di questo lungo ed estenuante post, più per voi che per me, vi confermo che anche la natura resta meravigliata di fronte al mare.