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Tempo di reazione

Quante volte è capitato di non riuscire a ferrare in tempo? O di ferrare nel modo sbagliato rispetto all’attacco del predatore?

Mi sono sempre chiesto, se non ferrassi, ad esempio, pescando con le esche in silicone, cosa accadrebbe?

Può capitare che, ferrando forte , si possa togliere l’esca di bocca al pesce, che invece, alcune volte, fa tutto da solo, ingoiando l’esca ed autoallamandosi.

Quindi, quanto sono importanti i tempi di reazione?

Nella pesca come nella vita, direi parecchio.

Considerando sempre, però, la biunivocità del gesto. In questo caso, nel specifico caso della pesca, la scelta ricade tra ferrare forte o ferrare decisamente piano. Il non ferrare non è contemplato.

Chi legge il blog, conosce bene la mia perversione per la pesca in finesse e per le gomme minuscole. Analizziamo il caso in foto.

Spigola di dimensione tascabile, ferrata piano.

Ha ingoiato l’esca. Sarebbe servito ferrare più forte? Forse no, contestualizzato al tipo di esca e di pesca.

Certo, è molto improbabile che possa mangiare una leccia da svariati kg in laguna, su softbait, di notte.

Il tipo di esca non consente neanche chissà quale forza bruta nella ferrata. Lo spot, con acqua molto bassa, pochi ostacoli naturali e pochissima corrente, consente di percepire con sensibilità ogni tocca.

Discorso diverso per la pesca nei canali, alle imboccature dei porti, in situazione di forte corrente. Cambiano le esche in base alla corrente, cambiano i pesi e la sensibilità in canna. Per stare in pesca, aumenti i grammi, che complice la corrente, non consente di imprimere i movimenti che donano naturalezza all’esca, come, ad esempio, piccoli guizzi o stop ponderati, che invece riescono bene in laguna.

Qui, ferro deciso. A volte troppo, strappando l’esca di bocca al pesce. Bisogna fare una precisazione però. La canna utilizzata per la laguna, il trecciato e il FC sono decisamente più leggeri. Seppur le canne siano entrambe extra fast, una è 1/8 di oncia, l’altra è una 5/8.

Come avere due pistole, che per lo scopo che si persegue sono entrambe valide, ma con due calibri decisamente diversi.

Passiamo alla scogliera.

Gear decisamente maggiorato, perché la scogliera è come una scatola di cioccolatini, non sai mai quello che ti capita. (Si, va bene, ho rubato la citazione a Forrest Gump!).

Barracuda a jerk, ferrata decisa, nessuno scampo per il pesce, neanche in mezzo alle onde o alla corrente. Chiaramente, parliamo di ancorette.

Con gli ami singoli, raramente ho slamato pesci, ma se dovessi fare una proporzione, direi che ho pescato con le ancorette per il 95% del mio tempo. Quindi, una relazione decisamente spuria.

Mentre, per la pesca in top water, la ferrata e i tempi di reazione, almeno per quanto mi riguarda, sono decisamente più rapidi.

L’esca, spostata dalle onde o dalle forti correnti, potrebbe non finire esattamente in bocca al predatore. Se parliamo di barracuda, a volte, come in foto, capita che sbaglino l’attacco ma restino allamati.

A maggior ragione, è necessario ferrare forte.

Al fine poi di portare a casa almeno una bella foto sorridente, come nel caso sottostante.

Le lampughe invece fanno storia a se.

Personalmente, preferisco un approccio non violento, una ferrata morbida e una canna non troppo fast e progressiva, così da gestire le fughe del pesce in tutta tranquillità (e fare, quando riesce, pure qualche foto direttamente in acqua).

Questo anno mi ero ripromesso di andare a cercare le spigole in mezzo alla schiuma.

Sono andato nel ponte tra natale e l”epifania (si, questo articolo è stato scritto alla fine del 2024, ma solo adesso ho trovato il tempo di una revisione), che mi ha regalato una bella sorpresa, ma ne parleremo la prossima volta.

A presto!

Patte

Lo strapotere del silicone

Il doppio senso è d’obbligo.

Malandrina fù la fugace gita in costa est, colpevole di stimolare nuovamente il demone della comodità di pescare dopo cena, la comodità dei “due lanci per digerire”, che tanto “il mare è dietro casa”, e lo sono anche le 4 del mattino con la sveglia alle 6 per andare a lavoro.

Una situazione normalmente impossibile, che si tramuta in probabile durante il tragitto in auto e diventa un amara conferma nel momento del primo lancio notturno.

In realtà, ero solo curioso di visitare luoghi in apparenza lontani, ma ahimè, il detto “anche la Cina è vicina” è proprio vero. Un dopocena post pizza a Budoni, ben lontano dai miei soliti luoghi di pesca, si è trasformato nell’occasione per conoscere le meraviglie del tanto sognato Porto Ottiolu, rimasto nella mia memoria in tenera età. Mi spiego.

Avrò avuto circa 14 anni, quando su TCS mandarono in onda il video del signor Giancarlo, esperto pescatore che grazie ad un effervescente gamberetto, stimolò l’attacco di una spigola novembrina. Fù amore a prima vista, seppur si trattasse di pesca a galleggiante, e non del demoniaco inganno dello spinning.

Avete presente quando ci restano impresse delle situazioni idealizzate da bambini, e non appena si ha la possibilità, ci si toglie lo sfizio? Ecco, quello sono io a Porto Ottiolu. Direte, non è chissà quale soddisfazione, è vero. Ma ho depennato dalla lista dei desideri il toccar con mano il luogo del famigerato filmato di pesca.

Quindi, a pancia piena, ma senza canna da pesca, sfortunatamente, mi accingo a passeggiare tra i moli, lesto come un gatto, in un luogo in cui l’opulenza e la ricchezza si confermano tra imbarcazioni costate svariate milioni di euro.

Nel vento, percepisco un idioma diverso dal nostro, ma alcune parole arrivano cristalline, “C’è l’Ho”, “Cazz…perso”, “Sta mangiando strano…”. Mi accingo a scrutare meglio nel buio, e due spinner sono alle prese con pesci attivi che mangiano senza sosta. Spigole. Ne intravedo una nell’atto del salpaggio.

Pescando in top water e con esche dure, le allamate sono numerose, ma le catture poche. Mi pento di non essermi portato la mai cara compagna GLX.

Che la scimmia della pesca a gomma torni puntuale a bussare alla porta ad ogni inverno, con impermeabile e cappello, non è tesi controvertibile, è una delle poche certezza della mia miserabile vita da pescatore.

Ma le gesta poco eroiche dei due ratti in gonnella, con le spigole in frenesia, hanno trasformato la scimmia in un intero branco di gibboni urlanti, che nella mia fantasia si divertono a tirarsi addosso resti di banane e di feci.

Ed infatti, non appena tornato a casa tra le cosce calde del profondo sud, corro subito a recuperare l’attrezzattura per fare due lanci in zona.

Anche noi, al sud, ci difendiamo abbastanza bene.

Prima tappa in laguna.

Le spigole non si fanno attendere, dividendosi le mangiate tra piccoli spotter ed esche spiombate. Causa le piogge del periodo, i waders tornano in macchina sporchi più di fango che di salsedine.

E con il graduale calare del buio, e l’arrivo dei serra, mi avvicino in porto, deciso a dimostrare che non abbiamo nulla da invidiare alla costa est.

Arrivato in porto poco prima del cala sole, negli ultimi spiragli di luce, prima del calare delle tenebre, una gomma jerkata a mezz’acqua stimola l’attacco di una spigola.

La corrente è quella giusta, ed aumentando la grammatura delle esche, ne castigo un altra.

All’aumentare della corrente, è il momento di pescare un poco più pesante, e decido di utilizzare un Black Minnow con testa piombata da 25 grammi.

Nei primi lanci, ricevo alcune mangiate, ma completamente infruttuose. Decido quindi di anticipare la corrente in modo deciso, lasciando l’esca in pesca quanto basta per l’attacco deciso di una spigola.

Il territorio di caccia, forse complice la forte corrente, forse il periodo in cui gira di tutto essendo dicembre inoltrato, viene condiviso con numerose altre specie.

Prima, un piccolo cerniottino decide di devastare la gomma. Non sono certo, ma dal colore sembra un esemplare di cernia bianca.

Poi, prima di andare a casa, decisamente soddisfatto della giornata, dubbioso se chiudere la pescata cercando i barracuda a gomma, mi sposto di qualche metro e mi concedo gli ultimi due lanci in mezzo ad una pietraia di tufo.

Primo lancio, l’esca si ferma nel recupero. Due testate, forzo la GLX e sento che piano piano qualcosa si stacca dal fondo.

Forse avrebbe meritato una foto migliore, ma come tutti gli altri pesci dell’articolo, è stata fotografata a ributtata in acqua alla velocità della luce.

Soddisfatto di aver appagato le mie necessità, torno a casa sereno, pensando al fatto che sia bellissimo avere il mare a 10 minuti da casa, poter pescare in serenità, e vedere numerose specie marine in così poco tempo.

E per questo anno, le mie avventure in ambiente antropizzato hanno raggiunto il loro target. Ci vediamo in scogliera!

Matte

Autumn Leaves

La Sardegna regala estati di San Martino particolarmente intense, non è di certo un segreto.

Mi accingo a scrivere queste righe i primi di Novembre, circondato dai 26 gradi che sprigionano un tepore che mi spinge ad avventurarmi in luoghi meravigliosi, conosciuti più dai turisti amanti del trekking che dagli autoctoni.

Ragione per la quale, in queste belle giornate di sole, ho preso giberna e canna da pesca, ed ho iniziato a camminare in sentieri certamente battuti, ma poco interessati dalla pressione di pesca.

E’ un piacere vivere i sentieri della costa ovest, una leggera brezza mi rinfresca il viso, mentre gli odori e le sensazioni si fanno più intense al salire della montagna.

Arrivo ad un bivio, mi fermo. Il soffio del drago è li ad osservarmi. Continuo a camminare. Proseguo per il sentiero, sino ad arrivare, in linea d’area, al punto in cui vorrei scendere.

Abbandono i cartelli per inoltrarmi nei cespugli. Passo un’ora buona a camminare, secondo me, in linea retta, cercando di aprire un sentiero nella bassa vegetazione.

Finalmente, giungo al bordo della scogliera, e sorpresa delle sorprese, scopro una vecchia rete di contenimento. Non è possibile scendere. Sconsolato, mi giro per tornare indietro. Mi accorgo che non essendoci sentieri, la vegetazione è tutta uguale.

Inizio a camminare, è già mezzogiorno passato. Il caldo inizia a farsi sentire, e faccio fuori una delle due bottigliette di acqua che mi sono portato appresso.

Ritenendo di camminare in linea dritta, finisco all’interno di un ginepraio. Torno indietro. In linea d’aria, so da dove sono venuto, quindi cerco di trovare la costa per percorrerla bordo bordo.

Trovo per caso una strada sterrata. Ben fatta, sembra scendere verso la strada asfaltata. Cammino per una buona mezz’ora sino ad arrivare al terreno di un pastore.

Sento le macchine passare poco lontano da me.

Penso, “è fatta, mi basta attraversare il terreno di fronte,e posso seguire la strada sino al parcheggio”.

Scavalco la rete, e dopo due passi mi sento osservato. Mi giro, e due dolcissimi cagnoloni erano in modalità autovelox, portandomi a considerare l’idea di tornare da dove stavo arrivando.

Proposta accettata, scavalco nuovamente e risalgo il sentiero. Vengo preso da un poco di sconforto, non avendo mappe e non avendo rete nello smartphone. Dura giusto un attimo, il tempo di pensare che se dovessi morire, la banca saldarebbe metà del mio mutuo. E subito mi torna il sorriso.

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Risalgo il sentiero, denudato della maglietta ormai zuppa di sudore, con la pelle divenuta ormai piscina per le mosche e le labbra secche come la sabbia.

Noto il lontananza un albero che aveva attirato la mia attenzione all’andata, una forma strana e decisamente particolare. Cerco di arrivarci il prima possibile, considerata l’ultima ancora di salvezza dopo due ore di girovagare nel nulla assoluto.

Mai più utile fu la spesa per delle scarpe adatte alla scogliera. Come un caterpilar rullo ogni ostacolo sul sentiero, accorgendomi solo successivamente di quanta pelle ho lasciato sugli arbusti.

Arrivo all’albero. Vedo i segni sulle pietre, che indicano il cammino da percorrere per non smarrire la via. Ringrazio e vado avanti.

Nel tornare, dall’alto, noto un punto dove poter scendere.

Seppur siano quasi le quattro, ritengo di meritarmi due lanci,e considerata la temperatura dell’acqua e la quantità di lampughe di questa annata, lancio il mio jig comunque fiducioso di quanto possa accadere.

Pochi lanci ed ecco il tonnetto alletterato che mi consente di timbrare il cartellino.

Non è enorme, ma perlomeno è divertente. Faccio due foto di rito, e con poca gentilezza, considerata la scomodità della cala in cui mi trovo, lo lancio letteralmente in acqua.

Seppur piccolo, il fondale interessante ha reso particolarmente divertente il combattimento. Onore a questi piccoli pelagici.

Decisamente soddisfatto, decido di tornare verso la macchina, sporco, sudato e con alcuni kg in meno che riprenderò non appena seduto a pranzo.

Mi mancava esplorare, seppur siano sentieri conosciuti, sino a quando non ci andiamo con i nostri occhi, rimangono zone grigie.

Peccato non avere il tempo per farlo tutti i giorni, ma va bene così.

Ed infine, dopo una bella dormita ed un sostanzioso spuntino, sono andato a fare due lanci in zona portuale, approffitando del favore delle tenebre.

Pochi lanci sono bastati per impegnare la Heracles Vanto, ormai relegata a ruolo panchinaro in favore della più esperta SJR 783 in GLX.

Al contrario del tonnetto alletterato, questa spigola, la prima di questo autunno, è venuta a casa con me.

Sperando in altrettante belle catture, vi mando un’abbraccio!

A presto, zio Patte.

La caduta del fosso di Helm

La Battaglia del Fosso di Helm, o più correttamente Battaglia di Hornburg, fu una dura battaglia combattuta durante la Guerra dell’Anello nella notte tra il 4 e il 5 Marzo 3019 TE presso il Fosso di Helm, la più importante fortezza del regno di Rohan.

Tale battaglia vide contrapporsi i soldati di Rohan, guidati da Théoden con l’aiuto di Aragorn e altri membri della Compagnia dell’Anello, contro un grande esercito di Uruk-hai, Orchi e Dunlandiani fedeli a Saruman.

Questo fu il primo scontro durante il quale un esercito invasore sia riuscito a provocare una breccia nelle mura della fortezza, mettendo a repentaglio la vittoria dei difensori. Tuttavia la vittoria arrise alfine ai Popoli Liberi della Terra di Mezzo, grazie all’aiuto insperato di Erkenbrand e dei suoi soldati radunati da Gandalf, i quali attaccarono il nemico alle spalle massacrandolo e costringendolo alla fuga.

da https://lotr.fandom.com/

Ma per noi così non fu.

Quando anche l’ultimo avanposto fu caduto, depredato dall’invasione barbarica, come se non bastessero gli avventori locali, ci guardammo negli occhi con i pochi rimasti, e capimmo che l’anno in corso, sarebbe stato l’ultimo in cui avremmo pescato sereni, senza le avvisaglie di luci bianche ad avvisarci dell’arrivo dei depauperatori.

Come un mommotti solitario su pietra ferrosa, piango lacrime di sangue, rimembrendo i tempi in cui la solitudine in scogliera era la normalità, e non un lusso.

Le conseguenze saranno drammatiche.

Mai come in questo anno si era assistito ad una invasione di tali dimensioni.

Accertato da fonti locali, riguardo l’annientamento del pesce nelle città barbariche, spinti dalla fame di catture, il riversamento nelle nostre coste così selvaggie era ampiamente prevedibile.

Rimembro ancora, chi in tempi non sospetti, una decina di anni fa, mi ammoniva dicendo che i social e la visibilità sarebbero stati la rovina di tutto, e che una volta finiti i pesci fetidi dei porti, e massacrati quei pochi barracuda suicidi provenienti dalle imbarazzanti scogliere di tufo, l’armata si sarebbe spostata nei verdi territori della costa Sud Ovest.

“Hai presente cosa è successo con i ricci di mare? se continuiamo a pubblicare foto e video dei posti, accadrà lo stesso.”

Mai previsione fu più azzeccata.

Ma non c’erano dubbi, considerata l’esperienza nel campo della pesca a spinning e nella vita in generale, di colui che condivideva il suo tempo ad insegnarmi la differenza tra la filosofia intrinseca nella pesca a spinning ed il padellare indistintamente ciabatte e pesciu re.

E la caduta del fosso di Helm, annunciata da tempo, è arrivata.

Puntuali come un orologio, orde di luci in scogliere che fino a poco tempo prima erano frequentate esclusivamente dai locals, ad abbagliare i pochi poveri pesci rimasti, perché lanciare al buio, senza luce accesa, evidentemente incute timore in chi quelle scogliere le conosce poco.

Jig e popper di dimensioni considerevoli, alla ricerca di pesci talmente ostici le cui catture da terra si contano sulle dita di una mano.

E paura. Molta paura.

Paura di arrivare 10 minuti in ritardo sullo spot, e trovarlo occupato da chi andando via abbandonerà decine di sigarette spente buttate sopra gli scogli, plastica, spazzatura di ogni tipo, che puntualmente mi ritrovo a riportare a casa perché il rispetto per lo spot di pesca è la base di ogni fondamento.

Vorrei vedere se a casa loro buttano le cose per terra.

Che siano maledetti a non prendere più un pesce, che non ve lo vendano neanche al mercato alla fine della mattina, quando rimane solo lo scarto buono per far ingrassare i gatti.

Il problema, è che il problema siamo noi.

Lo sono anche io, quando presto poca attenzione nel pubblicare le foto, e una pietra, uno scoglio, uno scorcio di panorama, vengono ricondotti alle zone ed infine allo spot stesso.

Fortunatamente, non sono in grado e non sento la necessità di fare video per colmare l’egocentrismo che mi porterà alla rovina, altrimenti non potrei addossarmi solo metà della colpa.

E’ anche vero, che riconosce lo spot solo chi lo conosce già. O forse non è proprio così.

Quante volte ho sentito dire: ” e vabbè tanto è già sputtanato,lo sanno tutti”.

Bene, ora ne abbiamo la certezza.

Fortunatamente, non lo ritengo un problema. Sono a casa mia, posso permettermi di cambiare stanza per dormire sonni tranquilli e continuare a pescare serenamente senza nessuno intorno.

E’ chiaro che cambieranno le distanze, le camminate si faranno più lunghe, le sveglie suoneranno prima, ma d’altronde è bello anche cambiare, provare posti nuovi.

Quindi nessun problema, chi va a pesca e sa pescare sa bene che lo spot è tanto, ma non è tutto.

Ma resto con il magone per due questioni in particolare.

In alcuni spot, possono capitare alcune giornate molto fortunate. E per molto fortunate, intendo agganciare tanti pesci che se trattenuti potrebbero riempire il cofano di una automobile.

Sapete perchè esistono ancora queste giornate? Perchè i pescatori lungimiranti, che hanno il piacere di pescare e non di fare stragi, trattengono il giusto, oppure proprio niente.

E sopratutto, ci si riserva di turnare gli spot, in modo tale da abbattere quel minimo di pressione di pesca che generalmente si ricollega alla pesca a spinning.

Sappiamo tutti cosa è accaduto in alcuni spot, dove le catture multiple sono diventate casuali ed alcune volte, sembra di essere alle poste.

Ultimo ma non meno importante, la quantità abominevole di spazzatura che viene abbandonata nelle scogliere.

Non siamo e non siete a casa vostra. Il mare è di tutti. Trovare altri pescatori nello spot, è un problema mio e di chi la pensa come me, e la soluzione è infatti spostarmi un poco più distante alla ricerca di una solitudine leopardiana.

Ma perlomeno, abbiate la decenza di non lasciare la vostra spazzatura ovunque andate. Le sigarette, la plastica delle merendine, degli artificiali, pezzi di lenza e trecciato.

Non devo dirvelo io che sono destinati a finire in acqua, inquinando il mare e distruggendo la fauna marina.

Certamente, questo punto è dedicato anche ai locals, ma sulle persone con le quali condivido le uscite, ma anche con chi non le condivido ma conosco bene, ci metto la metto la mano sul fuoco che nessuno di loro lascia spiacevoli ricordi.

Sono certo che tra i pochi che leggeranno l’articolo, alcuni non condivideranno le mie considerazioni.

Pazienza, rispetto chi la pensa diversamente da me, ma non potevo sottrarmi dall’evidenziare la situazione.

Chiudo affermando che questa è stata una stagione di lampughe meravigliosa, pesci di taglia, divertenti, dappertutto.

Impossibile non prenderne, decisamente più complicato fare le foto in autoscatto.

A presto, senza rancore, zio patte.

Anacronistico

Tic tac, tic tac,tic tac.

Il tempo vola.

A volte rivolgo uno sguardo al passato, guardo le foto di 15 anni fa, e mi accorgo della quantità incredibile di capelli sulla mia testa. Il tempo passa per tutti.

E nel mio piccolo, per le poche catture che effettuo rispetto a chi dedica più tempo allo spinning, mi ritengo soddisfatto di come ho passato, e di come trascorro il mio tempo libero.

Ogni tanto, su instangram, mi cade l’occhio sulle foto degli altri pescatori. Mi rendo conto di essere anacronistico.

Rispetto a 15 anni fa, il cambiamento è inopinabile. E certamente incontrovertibile. La tendenza ad apparire rispetto all’essere, è la caratteristica comune del nostro tempo.

Tik Toker, Twitcher, con salari straordinari che non producono nessun valore aggiunto, e di questo passo, tra un ventennio, non ci saranno più medici ma solo social addicted.

Era inevitabile che il fenomeno prendesse piede anche nel mondo della pesca.

Le foto degli altri sono bellissime.

Riescono a donare colori che nei pesci pescati da me non ho mai visto. Le pose sono incredibilmente fighe, la luce, il contrasto, le location. Riescono a rendere un matsugoro pescato in un canale lercio di una città di tossici, una cattura meravigliosa da pubblicare sui social.

E poi ci sono io, che non sono capace e ne sono immensamente geloso.

Mi sforzo per attribuire una dignità alle mie foto, ma non riesco. Le spigole suicida dei porti, restano spigole che avevano perso ogni motivo per continuare a vivere.

I barracuda straziati dalla fame, che al cambio di luce ingoierebbero anche il peggiore dei veleni, anche nelle foto restano tali, “sporchi, urlanti e strappati via dalla donna che amano”, direbbe un mito americano.

In definitiva, apparire è meglio dell’essere?

La foto di una coloratissima gallinella di mare vale più di una foto di una spigola portuale? Qualcuno può per favore fornirmi il tabellario con le valutazioni relative all’importanza delle foto?

Sono fuori dal giro da un po, e non sono neanche bravo con i social.

Riesco a malapena a pubblicare una foto su instangram, e questo mi limita molto. Se sono deluso da queste corse sfrenate alla pubblicazione?

No. Largo ai giovani. Ai tempi moderni.

I nostri padri partorivano polemiche sul nostro comportamento, e così sarà per noi con i nostri figli. Siamo prima innovazione, poi storia. Ed infine polvere.

Il fatto di accettare il cambiamento dei tempi, non vuol dire condividerli. Ho appunto alcune riflessioni, che per quanto tali, ogni tanto si trasformano in vere e proprie polemiche da bar.

In alcuni giovani pescatori, è bello vedere la rincorsa alla cattura. All’esplorazione, alle notti insonni, alle sperimentazioni. Io vivo di spot che mi consentono di seguire il lavoro e la famiglia, ma avendo più tempo a disposizione, avrei piacere di visitare alcune scogliere in agenda da anni.

Forse le mie ginocchia non sono della stessa opinione.

Chi ha la forza e il tempo della gioventù, deve necessariamente sfruttarlo. Perchè il tempo vola e non sembra più essere così tanto come alcuni anni prima.

Non mi spiego, però, chi vuole prendere la scala mobile.

Invece di locustare gli spot, spinti dalla voglia di una cattura facile, non è più soddisfacente sperimentare? Lanciare un esca dove ancora nessuno l’ha fatto? Beato chi ha il tempo. Equivale a metà della pescata.

Pescare alla ricerca della cattura della vita la ritengo una filosofia corretta. Cazzo, ogni lancio può essere quello giusto, bisogna crederci ad ogni giro di manovella.

Pescare pensando già alla foto da pubblicare, con il righello in mano, dando via alla gara di chi lo detiene più lungo, forse meno.

Ma ripeto, sono riflessioni, i tempi sono cambiati, io sono cambiato, o forse ho solo qualche ruga in più e la stessa passione per la pesca a spinning di tanti anni fa, dove un barracuda in zona industriale, mi faceva dimentare le secchiate di preoccupazioni.

Continuerò a fotografare, male, ma va bene così. Ogni foto ritrae un momento felice di un giorno qualunque, ed è la somma delle piccole cose, alla fine dei conti, a fare davvero la differenza.

Anacronistico? Probabile. Malato di pesca? ci puoi giocare le palle.

E puntuale come un orologio, tra qualche settimana, un piccolo racconto sulle dannate pesti brasiliane.

un abbraccio, zio patte

sweet child on mine

Autunno.

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Le temperature si abbassano, i paesaggi si rilassano, ed il sole che batteva forte sino a tarda sera, lascia spazio alla notte ogni giorno qualche minuto prima.

Ringrazio ogni giorno della mia vita la fortuna di vivere in Sardegna. Sono conscio del fatto che milioni di voi non hanno, e forse non avranno mai, la possibilità di vivere un alba o un tramonto nei luoghi che per noi sono la routine, ma che quando, causa pandemia globale, non puoi andare al mare per 3 mesi, tornano ad avere l’importanza che meritano, una esplosione di colori, profumi e sensazioni senza i quali non potresti vivere.

Venite in Sardegna. Entrate in punta di piedi e rispettatela. Fate tesoro degli odori, dei colori, delle sensazioni, innamoratevi del mare in tempesta o dell’acqua cristallina, fermatevi un attimo, sedetevi sopra una roccia ad osservare il tramonto e staccate il cervello

Autunno.

Il momento migliore. Il turista occasionale è partito, ha fatto finta di portare il benessere economico, alcuni ci hanno preso per africani, altri hanno capito che non sono a casa loro. Poco importa.

Le spiagge si svuotano, le scogliere lasciano spazio al rumore dei grilli e degli uccelli, l’alba e il tramonto necessitano di una felpina. Si respira un aria diversa.  

Autunno.

E mi prudono le mani. Le sento già in canna. percepisco gli schizzi, le bollate, le allamate, fremo dallo scendere in scogliera. Sono ancora a letto e vorrei essere già sul mare. In macchina le sensazioni si fanno più forti, la discesa in scogliera è lunga ma sembra infinita. Ed una volta giù…

Autunno.

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Le lampughe sono puntuali, un orologio svizzero. Questo anno sono state molte meno degli anni passati. Non ho avuto molte possibilità di andare a cercarle con condizioni ottimali, e certamente, la fortuna di trovarle in kayak, mi ha aiutato nel timbrare il cartellino, però sia come taglia, sia come numero, a sentire anche altri amici che le hanno battute in modo forsennato, hanno tradito le aspettative.

Alcuni hanno associato la riduzione ad un incremento dei tonni alleterati, che tutt’ora si trovano in grande numero sotto le nostre coste. Io che non ho l’esperienza per potermi esprimere, ne ho solo pagato le conseguenze come divertimento.

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Pazienza. L’importante è provarci sempre. L’estate è stata lunga e bellissima, pensavo in un autunno color brasile, e invece, sono riuscito a malapena ad agganciarne una decina, di cui alcune slamate.

La fortuna di essere uscito alcune volte in kayak, mi ha permesso di lanciare sulle bollate. A volte andava bene, altre meno.

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La capacità di questi predatori di passare da un momento di frenesia incredibile a un disinteresse generale verso le nostre esche, le rende tanto affascinanti quanto odiose.

Alcuni giorni, il primo giro è quello buono. Altri, dopo tutta una mattina a lanciare, il giro buono è a sole alto quando ormai le speranze sono perse. Per questo, bisogna lanciare, lanciare e lanciare.

E sul kayak, per me è stato tutto nuovo. L’ho acquistato senza pedali per tenermi in forma e prendere un po di sole, vista l’allergia che ho per le spiagge e per la gente. Alla fine ho ceduto alla tentazione, e ci sono uscito a pesca.

Non essendo un kayak pensato per la pesca, è necessario coordinare bene movimenti e intenzioni, sopratutto con il pesce in canna. Però dopo alcune slamate, ho addrizzato il tiro, e ho issato il pesce a bordo senza troppi fronzoli. Pur avendo il coppo, l’adrenalina è sempre troppa per pensare ed agire in maniera corretta.

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Il primo giorno in cui le ho agganciate è stato bellissimo. Mi sono goduto l’alba comodamente seduto in kayak, mare piatto, assenza di vento. E dopo alcuni giri sotto costa,le ho trovate banchettando sulla minutaglia. Sono stati 15 minuti di follia.

Sparivano, riapparivano, seguivano ma non mangiavano, ma già vederle sotto il kayak, è stata una bella emozione. Chiaramente, le poche lampughe prese sono state tutte rilasciate.

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Immancabile la foto pubblicitaria, con la mai troppo poco compianta 4 Sport Outdoor.

Almeno la lampuga rende la foto interessante.

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Non amo andare a cercare i pesci serra. Questa è una costante.

A volte, è capitato di agganciarli cercando le spigole in mareggiata, altre volte, cercando le spigole dentro i porti, ma non ho mai organizzato un’uscita alla ricerca di quei pesci schifosi.

Il barracuda è peggio. Cerchi le lampughe, a luce, ed esce un barracuda. Cerchi un bello spot con una batimetrica interessante? Ed ecco un barracuda.

Vai a fare colazione? Prendi un barracuda.

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E tra tutte le esche che potevano devastare, hanno scelto sempre il meglio. Con quello che costano le esche serie oggi, il mio consiglio per i giovani è : iniziate a drogarvi. Spenderete sicuramente meno, e avrete meno giramenti di palle tra pesci che non mangiano, scadute perse per impegni improrogabili e personaggi della pesca ampiamente discutibili.

Scherzi a parte, questa è una pesca meravigliosa. Ti spinge ad imparare velocemente l’economia domestica, se non vuoi finire sul lastrico.

Black Minnow, par exemple, docet.

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A volte la taglia interessante colmava la totale mancanza di grazia e bellezza che certamente non si addice al più stupido dei predatori. In altri tempi, avrei detto, meglio di niente, ci togliamo il cappotto.

Oggi dico meglio niente.

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Vi lascio con una foto da cremino,con giubottino da saturday night abbinato a mojito e sigaretta. E non è nemmeno la prima volta che accade, e di certo, non sarà nemmeno l’ultima.

Questo succede quando scarichi la macchina e ti dimentichi di rimettere la giacca da pesca. Non mi salva nemmeno lo sguardo sveglio.

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E dopo questa carrellata di foto, più per documentare che in Sardegna si sta bene (sebbene il covid cerchi di minare le nostre sicurezze), che per fornire un effettivo contributo al mondo trash della pesca a spinning, vi anticipo che il prossimo articolo sarà decisamente più interessante.

Come vive la pesca a spinning una persona che si approccia oggi a questa tecnica ormai praticata da giovani influencer? Può pescare anche senza avere un account instagram? Deve per forza commentare ogni post su facebook? Deve per forza dimenticare la grammatica italiana?

Lo scopriremo prossimamente!

Zio Patte

Tempi DiSpari

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Tempi Dispari. O tempi di Spari. Citando l’opera di un caro amico musicista, Francesco Gattonero Manca, tratta da un album meraviglioso, “Appunti di un indeciso”, che proprio in questi tempi di solitudine, vi consiglio di ascoltare.

Tempi Dispari. Perché le cose non vanno mai in maniera lineare. A volte il cuore batte fuori dalla metrica routinaria, ci ritroviamo ad essere chiusi in casa, straziati nell’essere, annoiati, con una voglia matta di ripulirci l’anima attraverso le passioni che amiamo.

Mai come in questi tempi, il mio desiderio è quello di andare a pesca. Quante volte sottovalutiamo il tempo, che per giunta, è elemento di psicosi da quando è nato il blog. Quante volte ho messo la sveglia per fare l’alba e poi, ancora vittima dei fumi alcolici della notte prima, sono rimasto a letto. Forse avrei pescato, forse no.

E’ definibile come la pescata di Schrödinger, ho bucato ma non ho bucato nello stesso momento, impossibile definirlo con certezza.

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E allora via di ricordi. Foto di repertorio. Spigole figlie di notti insonni, dove i troppi caffè durante la giornata e i pensieri raccapriccianti sono spazzati via dalla sensazione di vita dall’altra parte del filo.

Foto troppo brutte per essere pubblicate, foto scattate per ricordo, per ricordarmi dove, quando e come. Foto che se pubblicate snaturano la ragione di vita del blog, quella di raccontare avventure, di esprimere pensieri attorno alla pesca, senza mai entrare nel dettaglio tecnico, perché gente come noi vive della passione, i tecnicismi li lasciamo a chi deve vendere plastica cinese e canne in carbonio giappo/cinese.

Foto che diventano mera esibizione, alla ricerca di like, di consensi, per dimostrare al prossimo che si è in grado di pescare,una sfida a chi pubblica più foto, banalizzando il contesto, vivendo la pescata come una sfida perenne, e mai come un divertimento fine a se stesso, una passione pari ad una droga.

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Ma Ahimè, in questi tempi di COVID, non si poteva mica andare a pesca. E allora mi permetto di banalizzare anche io. Mi ritiro in cantina, e navigo nelle molte foto mai pubblicate. 

Brutte, perché quando si scatta da soli e si è poco pratici come me, è difficile avere un risultato soddisfacente. Foto insulse, pesci piccoli come protagonisti, ma legate a ricordi divertenti delle notti insonni, vissute nei porti. E poi la pesca con le soft bait, da ripiego stagionale è diventata una droga. Provare per credere.

Tempi dispari, perché è difficile non essere fagocitati dal marketing virale, dagli acquisti compulsivi e dai video in 4k degli scorfani. Tempi dispari perché arruolarsi in alcuni eserciti equivale ad uniformare il pensiero, suonare tutti allo stesso tempo, vivere sui 4/4.

Ed io che con il metronomo ho sempre avuto un rapporto difficile, che a colazione mangio blues e cago dissonanze, preferisco la solitudine dei tempi dispari.

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Tempi di spari. Assolutamente. Economicamente distruttivi, socialmente denigranti, psicologicamente deprimenti. Ed un abbraccio è destinato a chi sta male, con l’augurio che si riparta meglio e più forte di prima.

La pesca? un palliativo. senza di essa, saremmo testimoni di molte più violenze domestiche ed omicidi. Quindi, care mogli e fidanzate, il vostro aperitivo con le amiche equivale alla nostra uscita a pesca, lasciateci fare.

Perché il tempo destinato alla pesca è tempo che non destiniamo ad altro. Un’amico una volta disse che tira di più la scimmia di prendere un pesce che un pelo di f**a. Secondo me la verità sta nel mezzo.

Ma torniamo a noi. Ai porti, alle notti umide, alle giornate di lavoro interminabili con la canna già pronta in macchina, alle albe in scogliera e poi via di corsa per tornare al solito tram tram.

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Se devo vedere il lato positivo ed ironico di questa pandemia, posso certamente affermare che ogni qual volta avrò tempo, andrò a pesca. Anche se vicino a casa, anche se le condizioni non sono delle migliori, anche se sono stanco.

Vi lascio con una foto di un calamaro pescato a gomma, mentre ero alla ricerca dei barracuda. So che in questo momento avrete la faccia dello scorfano nella foto successiva, ma non storcete il naso, è successo sul serio. 

Non ho bisogno di mettere le esche in bocca ai pesci, posso fotografare liberamente le esche con le quali vengono pescati. Che nessuno si senta toccato, obviously.

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Estate permanente

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Che l’autunno sia in ritardo, è una constatazione. L’unica settimana di ferie, a fine Settembre, è stata vana, nel tentativo di agganciare qualche bel pesce. Qualcosa si è vista, ma niente di particolarmente interessante e sopratutto da giustificare alcune albe di fila. 

Certo, spero di riuscire a ritagliarmi qualche altro giorno in questo Ottobre salterino, visto che quest’ultima settimana le temperature si sono drasticamente abbassate, facendo ben sperare nell’arrivo dell’autunno.

Partiamo da loro.

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L’ultima settimana di Settembre sembrava l’ultima di Agosto di qualche anno fa. Pesci sotto taglia, mai trovati abbrancati, esemplari sempre da soli o in coppia. Bisogna anche dire però che i forti venti di maestrale non hanno aiutato.  

In una settimana non ho mai trovato le condizioni che aspetto da tutto un anno, ma se dio vuole, mi rifarò alla fine di Ottobre, quando le temperature esterne saranno certamente più basse, rispetto alla temperatura dell’acqua.

Poche lampughe, moltissime slamate, quasi a pensare che dopo l’anno scorso, in cui mi sono particolarmente divertito, qualcuno me l’abbia mandata. Ma poco male, l’importante era timbrare il cartellino, e sono certo che con la pazienza giusta anche questo anno arriverà a portata di foto qualche bel esemplare.

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Come sempre, popper, walking the dog e neeedle sono state le esche con le quali sono avvenuti gli attacchi e le catture. Questo anno ho messo da parte i jig, più per scelta derivata dal divertimento che chissà da quale considerazione.

Alla fine, nelle condizioni giuste e nei momenti opportuni, è un pesce che infesta il sotto costa, e ovunque si vada, senza spot particolari e senza particolari considerazioni, se battuto con costanza regala molte soddisfazioni.

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I Barracuda. 

Non potevano mancare. A dire la verità, non ho dedicato molto tempo alle foto, alla fine ero in fissa con le lampughe, quindi qualsiasi altro pesce al di la del filo che non si trattasse di una brasiliana, è stato messo in secondo piano e velocemente rilasciato.

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Esemplari mai di taglia, a parziale giustificazione posso dire che 4 volte su 5, una volta arrivato sullo spot, mi sono ricoricato. 

Le ferie sono servite anche a fare baldoria, mica solo ad andare a pesca, però poi il conto con il sonno è da saldare, ed a volte i conti sono parecchio salati.

Poco male, anche per loro, come per le lampughe, arriverà il momento opportuno. Bloccando i giorni liberi con mesi di anticipo era impossibile prevedere ancora condizioni estive.

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E di ritorno dalla scogliera, era d’obbligo fermarmi al porto per fare due lanci con la gomma.

Questa estate è stata dedicata alle serate di musica live, e molti concerti equivale a pochissimo tempo per andare a pesca. Ho visto pescate di amici da far rosicare, spigole di taglia pescate con costanza, a galleggiante più che a gomma, però il segnale è chiaro : se si batte, e le condizioni sono quelle giuste, il pesce collabora.

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La dura legge del vermetto vince sempre, due lanci dietro una banchina (e dico due sul serio), mi regalano la spigola più veloce della storia. 

E’ stata una sorpresa, trattandosi di un canale con alcuni metri di fondo, trovarla praticamente a galla, vista l’irrisorietà del peso della jighead, ma in fondo neanche tanto, constatata la presenza massiva di questo bellissimo predatore.

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Il black minnow 70 poi chiude in dolcezza le ferie, regalandomi una doppietta in una notte con assenza di vento e caldo asfissiante. In questo caso parliamo di fondale di poco meno di un metro, con alghe e pietre sul fondo, sul quale ho fatto rimbalzare l’esca. Niente di incredibile, però fa sempre piacere non capottare.

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E adesso, rientrato alla base, conto i giorni che mi separano dal fine settimana, perché ho qualche conto aperto da risolvere, un appetito che questo autunno non è ancora riuscito a saziare.

Quanto è bella la scimmia di andare a pesca?

Matte

Lost in Space

Beati i giorni in cui non dovevo rincorrere il tempo. Ora, più di prima, mi sento un poco perso nello spazio, dove a volte non ricordo neanche che giorno della settimana sia.

E sputata fuori la solita polemica sterile, posso procedere con quanto previsto.

Che lo strike, nella pesca a spinning, sia la risoluzione di un equazione che comprende tante variabili, se ne è parlato in lungo e in largo. Certamente capire le condizioni, studiare fondali, maree, utilizzare esche di livello, utilizzare attrezzatura premiata, forse non serve a nulla. A volte l’unica cosa che ci può aiutare è l’aiuto divino. O del vino, a seconda delle circostanze.

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Ma una cosa che ho notato, riducendo le uscite, e accontentandomi di andare quando potevo, è la drastica riduzione delle catture. Non che prima fossero miliardi, ma qualche pesciolino in più si vedeva.

Ora, il fatto è capire le cause e le concause. Il poco tempo a disposizione può essere un aggravante, ma in linea di massima, riesco ad uscire 4/5 volte in un mese e a volermi bene, a trovare condizioni favorevoli una volta su 5.

Che i porti, a volte di passaggio sulla via del ritorno, mi aiutino ad uscire dalla depressione del cappotto, non posso negarlo.

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Quindi, ho intenzione di modificare le abitudini.

Visto che le condizioni di piatta, da terra,  non sono particolarmente redditizie, ho deciso che in queste giornate venderò l’anima al diavolo. Cederò il passo al prurito insopportabile che ormai da mesi attanaglia i miei sogni più peccaminosi, quello di provare a pescare a un centimetro dal livello dell’acqua, di sentirmi quasi parte di essa.

Uno stimolo nuovo fa sempre bene, sopratutto nel caso in cui si riesca ad ottimizzare le uscite. 

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Non ho nessuna intenzione di abbandonare la pesca da terra, per carità. Però ritengo sia un ottimo palliativo (e a seconda delle giornate, ci si diverte anche di più) alla solita uscita in scogliera/spiaggia.

Ora devo considerare i tempi tecnici tra spedizione, lavori, acquisti per il trasporto, ma posso affermare di essermi già fatto un idea leggendo sui forum e parlando con amici che già praticano l’attività hobbistica senza però legarla alla pesca.

Se dio vuole (tornando alla provvidenza divina), prima di fine Settembre dovrei essere in grado di passeggiare allegramente nel sottocosta. 

Se vi state chiedendo perché ve l’ho detto, in primis perché a qualcuno potrebbe venire un idea simile leggendo il post, in secondo caso, perché così mi state a debita distanza ed evito di scuffiare.

Spigola

E poi perché non vedo l’ora di provare, con lo stesso entusiasmo provato le prime volte che sono andato a spinning da terra.

Dai, si è capito di cosa parlo, ma nel caso contrario, spero di poter documentare il prima possibile.

A presto!

Matte

In passeggiata…

Quando il tempo per andare a pesca è sempre poco, si cerca di far coincidere gli impegni con possibili condizioni accettabili, ed infatti la prima e ultima volta che sono andato a pesca questo anno è stato il 4 di Gennaio. Poi impegni lavorativi e familiari, a volte non così simpatici, mi hanno obbligato a stare lontano dal mare, ma chi lavora tanto sa bene che la pesca è seconda al lavoro.

Poco male, questa primavera cercherò di essere più presente sulle scogliere. Quasi invidio chi ha tutto il tempo del mondo per dedicarsi solo alla pesca.

Comunque, un periodo di riposo, forzato o meno, mi ha fatto venire ancora più voglia di tornare a pescare.

L’ultima volta che ho visto il mare, le condizioni erano buone. Con il “goppai” di Sant Antioco, abbiamo deciso di battere una spiaggia esposta ad ovest, dove la scaduta di vento di maestrale ha decisamente fatto il suo dovere, “imbiancando” le basse scogliere adiacenti.

Molto in relax, ancora a buio abbiamo battuto un pezzo di spiaggia, per poi spostarci alle prime luci dell’alba verso la scogliera, che dopo pochi lanci ha regalato qualche emozione, ma niente di interessante.

Dietro il gradino di roccia, sicuramente in attesa di qualche pescetto da ingurgitare, alcune piccole spigole hanno reso la giornata sicuramente migliore, bollando su piccoli WTD e rimanendo preda di siliconi e piccoli darter.

Non potevo sperare un inizio di anno migliore, peccato non aver bissato i giorni successivi.

Alla prossima!

Matte

 

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