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Tempo di reazione

Quante volte è capitato di non riuscire a ferrare in tempo? O di ferrare nel modo sbagliato rispetto all’attacco del predatore?

Mi sono sempre chiesto, se non ferrassi, ad esempio, pescando con le esche in silicone, cosa accadrebbe?

Può capitare che, ferrando forte , si possa togliere l’esca di bocca al pesce, che invece, alcune volte, fa tutto da solo, ingoiando l’esca ed autoallamandosi.

Quindi, quanto sono importanti i tempi di reazione?

Nella pesca come nella vita, direi parecchio.

Considerando sempre, però, la biunivocità del gesto. In questo caso, nel specifico caso della pesca, la scelta ricade tra ferrare forte o ferrare decisamente piano. Il non ferrare non è contemplato.

Chi legge il blog, conosce bene la mia perversione per la pesca in finesse e per le gomme minuscole. Analizziamo il caso in foto.

Spigola di dimensione tascabile, ferrata piano.

Ha ingoiato l’esca. Sarebbe servito ferrare più forte? Forse no, contestualizzato al tipo di esca e di pesca.

Certo, è molto improbabile che possa mangiare una leccia da svariati kg in laguna, su softbait, di notte.

Il tipo di esca non consente neanche chissà quale forza bruta nella ferrata. Lo spot, con acqua molto bassa, pochi ostacoli naturali e pochissima corrente, consente di percepire con sensibilità ogni tocca.

Discorso diverso per la pesca nei canali, alle imboccature dei porti, in situazione di forte corrente. Cambiano le esche in base alla corrente, cambiano i pesi e la sensibilità in canna. Per stare in pesca, aumenti i grammi, che complice la corrente, non consente di imprimere i movimenti che donano naturalezza all’esca, come, ad esempio, piccoli guizzi o stop ponderati, che invece riescono bene in laguna.

Qui, ferro deciso. A volte troppo, strappando l’esca di bocca al pesce. Bisogna fare una precisazione però. La canna utilizzata per la laguna, il trecciato e il FC sono decisamente più leggeri. Seppur le canne siano entrambe extra fast, una è 1/8 di oncia, l’altra è una 5/8.

Come avere due pistole, che per lo scopo che si persegue sono entrambe valide, ma con due calibri decisamente diversi.

Passiamo alla scogliera.

Gear decisamente maggiorato, perché la scogliera è come una scatola di cioccolatini, non sai mai quello che ti capita. (Si, va bene, ho rubato la citazione a Forrest Gump!).

Barracuda a jerk, ferrata decisa, nessuno scampo per il pesce, neanche in mezzo alle onde o alla corrente. Chiaramente, parliamo di ancorette.

Con gli ami singoli, raramente ho slamato pesci, ma se dovessi fare una proporzione, direi che ho pescato con le ancorette per il 95% del mio tempo. Quindi, una relazione decisamente spuria.

Mentre, per la pesca in top water, la ferrata e i tempi di reazione, almeno per quanto mi riguarda, sono decisamente più rapidi.

L’esca, spostata dalle onde o dalle forti correnti, potrebbe non finire esattamente in bocca al predatore. Se parliamo di barracuda, a volte, come in foto, capita che sbaglino l’attacco ma restino allamati.

A maggior ragione, è necessario ferrare forte.

Al fine poi di portare a casa almeno una bella foto sorridente, come nel caso sottostante.

Le lampughe invece fanno storia a se.

Personalmente, preferisco un approccio non violento, una ferrata morbida e una canna non troppo fast e progressiva, così da gestire le fughe del pesce in tutta tranquillità (e fare, quando riesce, pure qualche foto direttamente in acqua).

Questo anno mi ero ripromesso di andare a cercare le spigole in mezzo alla schiuma.

Sono andato nel ponte tra natale e l”epifania (si, questo articolo è stato scritto alla fine del 2024, ma solo adesso ho trovato il tempo di una revisione), che mi ha regalato una bella sorpresa, ma ne parleremo la prossima volta.

A presto!

Patte

Lo strapotere del silicone

Il doppio senso è d’obbligo.

Malandrina fù la fugace gita in costa est, colpevole di stimolare nuovamente il demone della comodità di pescare dopo cena, la comodità dei “due lanci per digerire”, che tanto “il mare è dietro casa”, e lo sono anche le 4 del mattino con la sveglia alle 6 per andare a lavoro.

Una situazione normalmente impossibile, che si tramuta in probabile durante il tragitto in auto e diventa un amara conferma nel momento del primo lancio notturno.

In realtà, ero solo curioso di visitare luoghi in apparenza lontani, ma ahimè, il detto “anche la Cina è vicina” è proprio vero. Un dopocena post pizza a Budoni, ben lontano dai miei soliti luoghi di pesca, si è trasformato nell’occasione per conoscere le meraviglie del tanto sognato Porto Ottiolu, rimasto nella mia memoria in tenera età. Mi spiego.

Avrò avuto circa 14 anni, quando su TCS mandarono in onda il video del signor Giancarlo, esperto pescatore che grazie ad un effervescente gamberetto, stimolò l’attacco di una spigola novembrina. Fù amore a prima vista, seppur si trattasse di pesca a galleggiante, e non del demoniaco inganno dello spinning.

Avete presente quando ci restano impresse delle situazioni idealizzate da bambini, e non appena si ha la possibilità, ci si toglie lo sfizio? Ecco, quello sono io a Porto Ottiolu. Direte, non è chissà quale soddisfazione, è vero. Ma ho depennato dalla lista dei desideri il toccar con mano il luogo del famigerato filmato di pesca.

Quindi, a pancia piena, ma senza canna da pesca, sfortunatamente, mi accingo a passeggiare tra i moli, lesto come un gatto, in un luogo in cui l’opulenza e la ricchezza si confermano tra imbarcazioni costate svariate milioni di euro.

Nel vento, percepisco un idioma diverso dal nostro, ma alcune parole arrivano cristalline, “C’è l’Ho”, “Cazz…perso”, “Sta mangiando strano…”. Mi accingo a scrutare meglio nel buio, e due spinner sono alle prese con pesci attivi che mangiano senza sosta. Spigole. Ne intravedo una nell’atto del salpaggio.

Pescando in top water e con esche dure, le allamate sono numerose, ma le catture poche. Mi pento di non essermi portato la mai cara compagna GLX.

Che la scimmia della pesca a gomma torni puntuale a bussare alla porta ad ogni inverno, con impermeabile e cappello, non è tesi controvertibile, è una delle poche certezza della mia miserabile vita da pescatore.

Ma le gesta poco eroiche dei due ratti in gonnella, con le spigole in frenesia, hanno trasformato la scimmia in un intero branco di gibboni urlanti, che nella mia fantasia si divertono a tirarsi addosso resti di banane e di feci.

Ed infatti, non appena tornato a casa tra le cosce calde del profondo sud, corro subito a recuperare l’attrezzattura per fare due lanci in zona.

Anche noi, al sud, ci difendiamo abbastanza bene.

Prima tappa in laguna.

Le spigole non si fanno attendere, dividendosi le mangiate tra piccoli spotter ed esche spiombate. Causa le piogge del periodo, i waders tornano in macchina sporchi più di fango che di salsedine.

E con il graduale calare del buio, e l’arrivo dei serra, mi avvicino in porto, deciso a dimostrare che non abbiamo nulla da invidiare alla costa est.

Arrivato in porto poco prima del cala sole, negli ultimi spiragli di luce, prima del calare delle tenebre, una gomma jerkata a mezz’acqua stimola l’attacco di una spigola.

La corrente è quella giusta, ed aumentando la grammatura delle esche, ne castigo un altra.

All’aumentare della corrente, è il momento di pescare un poco più pesante, e decido di utilizzare un Black Minnow con testa piombata da 25 grammi.

Nei primi lanci, ricevo alcune mangiate, ma completamente infruttuose. Decido quindi di anticipare la corrente in modo deciso, lasciando l’esca in pesca quanto basta per l’attacco deciso di una spigola.

Il territorio di caccia, forse complice la forte corrente, forse il periodo in cui gira di tutto essendo dicembre inoltrato, viene condiviso con numerose altre specie.

Prima, un piccolo cerniottino decide di devastare la gomma. Non sono certo, ma dal colore sembra un esemplare di cernia bianca.

Poi, prima di andare a casa, decisamente soddisfatto della giornata, dubbioso se chiudere la pescata cercando i barracuda a gomma, mi sposto di qualche metro e mi concedo gli ultimi due lanci in mezzo ad una pietraia di tufo.

Primo lancio, l’esca si ferma nel recupero. Due testate, forzo la GLX e sento che piano piano qualcosa si stacca dal fondo.

Forse avrebbe meritato una foto migliore, ma come tutti gli altri pesci dell’articolo, è stata fotografata a ributtata in acqua alla velocità della luce.

Soddisfatto di aver appagato le mie necessità, torno a casa sereno, pensando al fatto che sia bellissimo avere il mare a 10 minuti da casa, poter pescare in serenità, e vedere numerose specie marine in così poco tempo.

E per questo anno, le mie avventure in ambiente antropizzato hanno raggiunto il loro target. Ci vediamo in scogliera!

Matte

No time to die

Non c’è tempo per morire.

Mandato in esilio in terra sassarese, dove ormai da quasi un anno dedico il mio tempo quasi interamente al lavoro e all’incessante tentativo di giustificare questa scelta di vita, mi pento e mi dolgo dei miei peccati, quanto basta per fare ritorno tra le braccia delle mie calorose scogliere del Sud una volta a settimana.

Non ho fisicamente il tempo di esplorare le scogliere più belle della Sardegna, perché diciamocelo, il Nord Sardegna, per un pescatore a spinning, è il paradiso.

Ricordo un raduno di Seaspin, ormai più di dieci anni fa, dove uscirono dentici, spigole, barracuda, lampughe, in due giorni, forse anche complice un mare perfetto.

Mi sono ripromesso infatti, nelle prime scadute novembrine, perlomeno di farmi una passeggiata ad esplorare i luoghi.

Torniamo a noi e alle scogliere del sud ovest.

Ed eccoci qui, ai primi di Settembre.

L’arcobaleno fa ben sperare in giornate felici, decisamente più produttive rispetto al 2023, dove per numerosi motivi sono stato costretto a dedicare il mio tempo ad attività decisamente meno piacevoli, ma necessarie alla mia sopravvivenza.

In tutto il mese di Settembre, conto 4 uscite all’attivo.

Rispetto ad anni passati, ho trovato difficoltà a trovare i pesci in spot considerati confort zone, e la prima uscita è andata buca. Neanche un barracuda, niente di niente. Per il primo anno, i sensi di ragno hanno fallito, la giornata sembrava perfetta.

Secondo giro, il giorno dopo in costa sud. All’alba nessun segno di vita, ho dovuto attendere sino a mattina inoltrata per agganciare la prima lampuga del 2024.

Pesci piccoli, ma numerosi e divertenti.

Unica nota negativa, ho perso una lampuga stimata sui 4/5 chili.

Erano due, le ho viste risalire dal fondo con estrema tranquillità, per poi mangiare allegramente il mio povero wtd.

Michele, compagno della giornata di pesca, è rimasto in uno stato tra lo stupore e l’eccitazione per alcuni minuti.

Io ho tirato giù il calendario.

Considerando l’attrezzatura dimensionata al tipo di pesca (canna 5/8 e mulinello 2500), non è stato possibile neanche pensare di combatterla. Un grande peccato, sarebbe stata la lampuga della vita.

Successiva uscita, questa volta in solitaria, ha portato pochi risultati.

Ho voluto esplorare una punta, presente dal lontano 2021 nel mio elenco dei posti in cui timbrare il cartellino, ignorando assolutamente la possibile difficoltà di scendere al buio (e successivamente, risalire).

Dopo aver girato una buona mezz’ora in mezzo ai pietroni e agli arbusti, con fortunatamente l’alba ancora lontana, trovo un anfratto che non senza difficoltà mi porta nei pressi dell’acqua, una punta, diciamo, interessante. Spot scomodo, ma si è visto di peggio, l’unico problema, l’altezza.

Senza strumenti di supporto, ad esempio, come un coppo, è difficile salpare i pesci con serenità.

Nessun segno di vita, seppur il mare in scaduta avanzata sia meraviglioso. Poco dopo l’alba, incanno un barracuda che verrà a casa con me.

Con il sole alto, vedo alcune increspature nell’acqua dietro la mia esca, neanche il tempo di pensare e lampuga in canna.

Dovendola sollevare di peso, si è massacrata sulle pietre.

Subito dopo, è uscita la sorellina, più o meno della stessa taglia.

Non potendo rilasciarle in mare, le ho rilasciate in forno condite con senape, salsa di soia, miele e limone, in un letto di patate, olive taggiasche e cipolle di tropea. In qualche modo dovevo pur consolarmi.

L’ultima e quarta uscita di settembre, è stata caratterizzata dalla pioggia, seppur, appena arrivato sullo spot, il cielo fosse quasi libero da nubi.

In uno dei miei posti preferiti per paesaggio e comodità, unica nota negativa, una pioggerellina leggera ma incessante. Nel momento in cui si è alzato il vento ed è finita la pioggia, ho effettuato l’unica cattura, verso le 10.30.

Non si è vista altra pinna.

Sono dispiaciuto per non aver (ancora) fatto lampughe di taglia, ma scrivo questo post alla metà di Ottobre, e per adesso ancora tutto tace.

Altri due/tre weekend sono a disposizione, condizioni climatiche permettendo, ma sono comunque a cuor leggero, avendo timbrato il cartellino anche nel 2024.

E poi, quando arriva Novembre, sento il richiamo delle soft baits….che anche questo anno, per adesso, ci stanno regalando qualche emozione, ma ne parleremo prossimamente.

Un abbraccio

Zio Patte

Autumn Leaves

La Sardegna regala estati di San Martino particolarmente intense, non è di certo un segreto.

Mi accingo a scrivere queste righe i primi di Novembre, circondato dai 26 gradi che sprigionano un tepore che mi spinge ad avventurarmi in luoghi meravigliosi, conosciuti più dai turisti amanti del trekking che dagli autoctoni.

Ragione per la quale, in queste belle giornate di sole, ho preso giberna e canna da pesca, ed ho iniziato a camminare in sentieri certamente battuti, ma poco interessati dalla pressione di pesca.

E’ un piacere vivere i sentieri della costa ovest, una leggera brezza mi rinfresca il viso, mentre gli odori e le sensazioni si fanno più intense al salire della montagna.

Arrivo ad un bivio, mi fermo. Il soffio del drago è li ad osservarmi. Continuo a camminare. Proseguo per il sentiero, sino ad arrivare, in linea d’area, al punto in cui vorrei scendere.

Abbandono i cartelli per inoltrarmi nei cespugli. Passo un’ora buona a camminare, secondo me, in linea retta, cercando di aprire un sentiero nella bassa vegetazione.

Finalmente, giungo al bordo della scogliera, e sorpresa delle sorprese, scopro una vecchia rete di contenimento. Non è possibile scendere. Sconsolato, mi giro per tornare indietro. Mi accorgo che non essendoci sentieri, la vegetazione è tutta uguale.

Inizio a camminare, è già mezzogiorno passato. Il caldo inizia a farsi sentire, e faccio fuori una delle due bottigliette di acqua che mi sono portato appresso.

Ritenendo di camminare in linea dritta, finisco all’interno di un ginepraio. Torno indietro. In linea d’aria, so da dove sono venuto, quindi cerco di trovare la costa per percorrerla bordo bordo.

Trovo per caso una strada sterrata. Ben fatta, sembra scendere verso la strada asfaltata. Cammino per una buona mezz’ora sino ad arrivare al terreno di un pastore.

Sento le macchine passare poco lontano da me.

Penso, “è fatta, mi basta attraversare il terreno di fronte,e posso seguire la strada sino al parcheggio”.

Scavalco la rete, e dopo due passi mi sento osservato. Mi giro, e due dolcissimi cagnoloni erano in modalità autovelox, portandomi a considerare l’idea di tornare da dove stavo arrivando.

Proposta accettata, scavalco nuovamente e risalgo il sentiero. Vengo preso da un poco di sconforto, non avendo mappe e non avendo rete nello smartphone. Dura giusto un attimo, il tempo di pensare che se dovessi morire, la banca saldarebbe metà del mio mutuo. E subito mi torna il sorriso.

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Risalgo il sentiero, denudato della maglietta ormai zuppa di sudore, con la pelle divenuta ormai piscina per le mosche e le labbra secche come la sabbia.

Noto il lontananza un albero che aveva attirato la mia attenzione all’andata, una forma strana e decisamente particolare. Cerco di arrivarci il prima possibile, considerata l’ultima ancora di salvezza dopo due ore di girovagare nel nulla assoluto.

Mai più utile fu la spesa per delle scarpe adatte alla scogliera. Come un caterpilar rullo ogni ostacolo sul sentiero, accorgendomi solo successivamente di quanta pelle ho lasciato sugli arbusti.

Arrivo all’albero. Vedo i segni sulle pietre, che indicano il cammino da percorrere per non smarrire la via. Ringrazio e vado avanti.

Nel tornare, dall’alto, noto un punto dove poter scendere.

Seppur siano quasi le quattro, ritengo di meritarmi due lanci,e considerata la temperatura dell’acqua e la quantità di lampughe di questa annata, lancio il mio jig comunque fiducioso di quanto possa accadere.

Pochi lanci ed ecco il tonnetto alletterato che mi consente di timbrare il cartellino.

Non è enorme, ma perlomeno è divertente. Faccio due foto di rito, e con poca gentilezza, considerata la scomodità della cala in cui mi trovo, lo lancio letteralmente in acqua.

Seppur piccolo, il fondale interessante ha reso particolarmente divertente il combattimento. Onore a questi piccoli pelagici.

Decisamente soddisfatto, decido di tornare verso la macchina, sporco, sudato e con alcuni kg in meno che riprenderò non appena seduto a pranzo.

Mi mancava esplorare, seppur siano sentieri conosciuti, sino a quando non ci andiamo con i nostri occhi, rimangono zone grigie.

Peccato non avere il tempo per farlo tutti i giorni, ma va bene così.

Ed infine, dopo una bella dormita ed un sostanzioso spuntino, sono andato a fare due lanci in zona portuale, approffitando del favore delle tenebre.

Pochi lanci sono bastati per impegnare la Heracles Vanto, ormai relegata a ruolo panchinaro in favore della più esperta SJR 783 in GLX.

Al contrario del tonnetto alletterato, questa spigola, la prima di questo autunno, è venuta a casa con me.

Sperando in altrettante belle catture, vi mando un’abbraccio!

A presto, zio Patte.

La caduta del fosso di Helm

La Battaglia del Fosso di Helm, o più correttamente Battaglia di Hornburg, fu una dura battaglia combattuta durante la Guerra dell’Anello nella notte tra il 4 e il 5 Marzo 3019 TE presso il Fosso di Helm, la più importante fortezza del regno di Rohan.

Tale battaglia vide contrapporsi i soldati di Rohan, guidati da Théoden con l’aiuto di Aragorn e altri membri della Compagnia dell’Anello, contro un grande esercito di Uruk-hai, Orchi e Dunlandiani fedeli a Saruman.

Questo fu il primo scontro durante il quale un esercito invasore sia riuscito a provocare una breccia nelle mura della fortezza, mettendo a repentaglio la vittoria dei difensori. Tuttavia la vittoria arrise alfine ai Popoli Liberi della Terra di Mezzo, grazie all’aiuto insperato di Erkenbrand e dei suoi soldati radunati da Gandalf, i quali attaccarono il nemico alle spalle massacrandolo e costringendolo alla fuga.

da https://lotr.fandom.com/

Ma per noi così non fu.

Quando anche l’ultimo avanposto fu caduto, depredato dall’invasione barbarica, come se non bastessero gli avventori locali, ci guardammo negli occhi con i pochi rimasti, e capimmo che l’anno in corso, sarebbe stato l’ultimo in cui avremmo pescato sereni, senza le avvisaglie di luci bianche ad avvisarci dell’arrivo dei depauperatori.

Come un mommotti solitario su pietra ferrosa, piango lacrime di sangue, rimembrendo i tempi in cui la solitudine in scogliera era la normalità, e non un lusso.

Le conseguenze saranno drammatiche.

Mai come in questo anno si era assistito ad una invasione di tali dimensioni.

Accertato da fonti locali, riguardo l’annientamento del pesce nelle città barbariche, spinti dalla fame di catture, il riversamento nelle nostre coste così selvaggie era ampiamente prevedibile.

Rimembro ancora, chi in tempi non sospetti, una decina di anni fa, mi ammoniva dicendo che i social e la visibilità sarebbero stati la rovina di tutto, e che una volta finiti i pesci fetidi dei porti, e massacrati quei pochi barracuda suicidi provenienti dalle imbarazzanti scogliere di tufo, l’armata si sarebbe spostata nei verdi territori della costa Sud Ovest.

“Hai presente cosa è successo con i ricci di mare? se continuiamo a pubblicare foto e video dei posti, accadrà lo stesso.”

Mai previsione fu più azzeccata.

Ma non c’erano dubbi, considerata l’esperienza nel campo della pesca a spinning e nella vita in generale, di colui che condivideva il suo tempo ad insegnarmi la differenza tra la filosofia intrinseca nella pesca a spinning ed il padellare indistintamente ciabatte e pesciu re.

E la caduta del fosso di Helm, annunciata da tempo, è arrivata.

Puntuali come un orologio, orde di luci in scogliere che fino a poco tempo prima erano frequentate esclusivamente dai locals, ad abbagliare i pochi poveri pesci rimasti, perché lanciare al buio, senza luce accesa, evidentemente incute timore in chi quelle scogliere le conosce poco.

Jig e popper di dimensioni considerevoli, alla ricerca di pesci talmente ostici le cui catture da terra si contano sulle dita di una mano.

E paura. Molta paura.

Paura di arrivare 10 minuti in ritardo sullo spot, e trovarlo occupato da chi andando via abbandonerà decine di sigarette spente buttate sopra gli scogli, plastica, spazzatura di ogni tipo, che puntualmente mi ritrovo a riportare a casa perché il rispetto per lo spot di pesca è la base di ogni fondamento.

Vorrei vedere se a casa loro buttano le cose per terra.

Che siano maledetti a non prendere più un pesce, che non ve lo vendano neanche al mercato alla fine della mattina, quando rimane solo lo scarto buono per far ingrassare i gatti.

Il problema, è che il problema siamo noi.

Lo sono anche io, quando presto poca attenzione nel pubblicare le foto, e una pietra, uno scoglio, uno scorcio di panorama, vengono ricondotti alle zone ed infine allo spot stesso.

Fortunatamente, non sono in grado e non sento la necessità di fare video per colmare l’egocentrismo che mi porterà alla rovina, altrimenti non potrei addossarmi solo metà della colpa.

E’ anche vero, che riconosce lo spot solo chi lo conosce già. O forse non è proprio così.

Quante volte ho sentito dire: ” e vabbè tanto è già sputtanato,lo sanno tutti”.

Bene, ora ne abbiamo la certezza.

Fortunatamente, non lo ritengo un problema. Sono a casa mia, posso permettermi di cambiare stanza per dormire sonni tranquilli e continuare a pescare serenamente senza nessuno intorno.

E’ chiaro che cambieranno le distanze, le camminate si faranno più lunghe, le sveglie suoneranno prima, ma d’altronde è bello anche cambiare, provare posti nuovi.

Quindi nessun problema, chi va a pesca e sa pescare sa bene che lo spot è tanto, ma non è tutto.

Ma resto con il magone per due questioni in particolare.

In alcuni spot, possono capitare alcune giornate molto fortunate. E per molto fortunate, intendo agganciare tanti pesci che se trattenuti potrebbero riempire il cofano di una automobile.

Sapete perchè esistono ancora queste giornate? Perchè i pescatori lungimiranti, che hanno il piacere di pescare e non di fare stragi, trattengono il giusto, oppure proprio niente.

E sopratutto, ci si riserva di turnare gli spot, in modo tale da abbattere quel minimo di pressione di pesca che generalmente si ricollega alla pesca a spinning.

Sappiamo tutti cosa è accaduto in alcuni spot, dove le catture multiple sono diventate casuali ed alcune volte, sembra di essere alle poste.

Ultimo ma non meno importante, la quantità abominevole di spazzatura che viene abbandonata nelle scogliere.

Non siamo e non siete a casa vostra. Il mare è di tutti. Trovare altri pescatori nello spot, è un problema mio e di chi la pensa come me, e la soluzione è infatti spostarmi un poco più distante alla ricerca di una solitudine leopardiana.

Ma perlomeno, abbiate la decenza di non lasciare la vostra spazzatura ovunque andate. Le sigarette, la plastica delle merendine, degli artificiali, pezzi di lenza e trecciato.

Non devo dirvelo io che sono destinati a finire in acqua, inquinando il mare e distruggendo la fauna marina.

Certamente, questo punto è dedicato anche ai locals, ma sulle persone con le quali condivido le uscite, ma anche con chi non le condivido ma conosco bene, ci metto la metto la mano sul fuoco che nessuno di loro lascia spiacevoli ricordi.

Sono certo che tra i pochi che leggeranno l’articolo, alcuni non condivideranno le mie considerazioni.

Pazienza, rispetto chi la pensa diversamente da me, ma non potevo sottrarmi dall’evidenziare la situazione.

Chiudo affermando che questa è stata una stagione di lampughe meravigliosa, pesci di taglia, divertenti, dappertutto.

Impossibile non prenderne, decisamente più complicato fare le foto in autoscatto.

A presto, senza rancore, zio patte.

Anacronistico

Tic tac, tic tac,tic tac.

Il tempo vola.

A volte rivolgo uno sguardo al passato, guardo le foto di 15 anni fa, e mi accorgo della quantità incredibile di capelli sulla mia testa. Il tempo passa per tutti.

E nel mio piccolo, per le poche catture che effettuo rispetto a chi dedica più tempo allo spinning, mi ritengo soddisfatto di come ho passato, e di come trascorro il mio tempo libero.

Ogni tanto, su instangram, mi cade l’occhio sulle foto degli altri pescatori. Mi rendo conto di essere anacronistico.

Rispetto a 15 anni fa, il cambiamento è inopinabile. E certamente incontrovertibile. La tendenza ad apparire rispetto all’essere, è la caratteristica comune del nostro tempo.

Tik Toker, Twitcher, con salari straordinari che non producono nessun valore aggiunto, e di questo passo, tra un ventennio, non ci saranno più medici ma solo social addicted.

Era inevitabile che il fenomeno prendesse piede anche nel mondo della pesca.

Le foto degli altri sono bellissime.

Riescono a donare colori che nei pesci pescati da me non ho mai visto. Le pose sono incredibilmente fighe, la luce, il contrasto, le location. Riescono a rendere un matsugoro pescato in un canale lercio di una città di tossici, una cattura meravigliosa da pubblicare sui social.

E poi ci sono io, che non sono capace e ne sono immensamente geloso.

Mi sforzo per attribuire una dignità alle mie foto, ma non riesco. Le spigole suicida dei porti, restano spigole che avevano perso ogni motivo per continuare a vivere.

I barracuda straziati dalla fame, che al cambio di luce ingoierebbero anche il peggiore dei veleni, anche nelle foto restano tali, “sporchi, urlanti e strappati via dalla donna che amano”, direbbe un mito americano.

In definitiva, apparire è meglio dell’essere?

La foto di una coloratissima gallinella di mare vale più di una foto di una spigola portuale? Qualcuno può per favore fornirmi il tabellario con le valutazioni relative all’importanza delle foto?

Sono fuori dal giro da un po, e non sono neanche bravo con i social.

Riesco a malapena a pubblicare una foto su instangram, e questo mi limita molto. Se sono deluso da queste corse sfrenate alla pubblicazione?

No. Largo ai giovani. Ai tempi moderni.

I nostri padri partorivano polemiche sul nostro comportamento, e così sarà per noi con i nostri figli. Siamo prima innovazione, poi storia. Ed infine polvere.

Il fatto di accettare il cambiamento dei tempi, non vuol dire condividerli. Ho appunto alcune riflessioni, che per quanto tali, ogni tanto si trasformano in vere e proprie polemiche da bar.

In alcuni giovani pescatori, è bello vedere la rincorsa alla cattura. All’esplorazione, alle notti insonni, alle sperimentazioni. Io vivo di spot che mi consentono di seguire il lavoro e la famiglia, ma avendo più tempo a disposizione, avrei piacere di visitare alcune scogliere in agenda da anni.

Forse le mie ginocchia non sono della stessa opinione.

Chi ha la forza e il tempo della gioventù, deve necessariamente sfruttarlo. Perchè il tempo vola e non sembra più essere così tanto come alcuni anni prima.

Non mi spiego, però, chi vuole prendere la scala mobile.

Invece di locustare gli spot, spinti dalla voglia di una cattura facile, non è più soddisfacente sperimentare? Lanciare un esca dove ancora nessuno l’ha fatto? Beato chi ha il tempo. Equivale a metà della pescata.

Pescare alla ricerca della cattura della vita la ritengo una filosofia corretta. Cazzo, ogni lancio può essere quello giusto, bisogna crederci ad ogni giro di manovella.

Pescare pensando già alla foto da pubblicare, con il righello in mano, dando via alla gara di chi lo detiene più lungo, forse meno.

Ma ripeto, sono riflessioni, i tempi sono cambiati, io sono cambiato, o forse ho solo qualche ruga in più e la stessa passione per la pesca a spinning di tanti anni fa, dove un barracuda in zona industriale, mi faceva dimentare le secchiate di preoccupazioni.

Continuerò a fotografare, male, ma va bene così. Ogni foto ritrae un momento felice di un giorno qualunque, ed è la somma delle piccole cose, alla fine dei conti, a fare davvero la differenza.

Anacronistico? Probabile. Malato di pesca? ci puoi giocare le palle.

E puntuale come un orologio, tra qualche settimana, un piccolo racconto sulle dannate pesti brasiliane.

un abbraccio, zio patte

Tempi DiSpari

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Tempi Dispari. O tempi di Spari. Citando l’opera di un caro amico musicista, Francesco Gattonero Manca, tratta da un album meraviglioso, “Appunti di un indeciso”, che proprio in questi tempi di solitudine, vi consiglio di ascoltare.

Tempi Dispari. Perché le cose non vanno mai in maniera lineare. A volte il cuore batte fuori dalla metrica routinaria, ci ritroviamo ad essere chiusi in casa, straziati nell’essere, annoiati, con una voglia matta di ripulirci l’anima attraverso le passioni che amiamo.

Mai come in questi tempi, il mio desiderio è quello di andare a pesca. Quante volte sottovalutiamo il tempo, che per giunta, è elemento di psicosi da quando è nato il blog. Quante volte ho messo la sveglia per fare l’alba e poi, ancora vittima dei fumi alcolici della notte prima, sono rimasto a letto. Forse avrei pescato, forse no.

E’ definibile come la pescata di Schrödinger, ho bucato ma non ho bucato nello stesso momento, impossibile definirlo con certezza.

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E allora via di ricordi. Foto di repertorio. Spigole figlie di notti insonni, dove i troppi caffè durante la giornata e i pensieri raccapriccianti sono spazzati via dalla sensazione di vita dall’altra parte del filo.

Foto troppo brutte per essere pubblicate, foto scattate per ricordo, per ricordarmi dove, quando e come. Foto che se pubblicate snaturano la ragione di vita del blog, quella di raccontare avventure, di esprimere pensieri attorno alla pesca, senza mai entrare nel dettaglio tecnico, perché gente come noi vive della passione, i tecnicismi li lasciamo a chi deve vendere plastica cinese e canne in carbonio giappo/cinese.

Foto che diventano mera esibizione, alla ricerca di like, di consensi, per dimostrare al prossimo che si è in grado di pescare,una sfida a chi pubblica più foto, banalizzando il contesto, vivendo la pescata come una sfida perenne, e mai come un divertimento fine a se stesso, una passione pari ad una droga.

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Ma Ahimè, in questi tempi di COVID, non si poteva mica andare a pesca. E allora mi permetto di banalizzare anche io. Mi ritiro in cantina, e navigo nelle molte foto mai pubblicate. 

Brutte, perché quando si scatta da soli e si è poco pratici come me, è difficile avere un risultato soddisfacente. Foto insulse, pesci piccoli come protagonisti, ma legate a ricordi divertenti delle notti insonni, vissute nei porti. E poi la pesca con le soft bait, da ripiego stagionale è diventata una droga. Provare per credere.

Tempi dispari, perché è difficile non essere fagocitati dal marketing virale, dagli acquisti compulsivi e dai video in 4k degli scorfani. Tempi dispari perché arruolarsi in alcuni eserciti equivale ad uniformare il pensiero, suonare tutti allo stesso tempo, vivere sui 4/4.

Ed io che con il metronomo ho sempre avuto un rapporto difficile, che a colazione mangio blues e cago dissonanze, preferisco la solitudine dei tempi dispari.

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Tempi di spari. Assolutamente. Economicamente distruttivi, socialmente denigranti, psicologicamente deprimenti. Ed un abbraccio è destinato a chi sta male, con l’augurio che si riparta meglio e più forte di prima.

La pesca? un palliativo. senza di essa, saremmo testimoni di molte più violenze domestiche ed omicidi. Quindi, care mogli e fidanzate, il vostro aperitivo con le amiche equivale alla nostra uscita a pesca, lasciateci fare.

Perché il tempo destinato alla pesca è tempo che non destiniamo ad altro. Un’amico una volta disse che tira di più la scimmia di prendere un pesce che un pelo di f**a. Secondo me la verità sta nel mezzo.

Ma torniamo a noi. Ai porti, alle notti umide, alle giornate di lavoro interminabili con la canna già pronta in macchina, alle albe in scogliera e poi via di corsa per tornare al solito tram tram.

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Se devo vedere il lato positivo ed ironico di questa pandemia, posso certamente affermare che ogni qual volta avrò tempo, andrò a pesca. Anche se vicino a casa, anche se le condizioni non sono delle migliori, anche se sono stanco.

Vi lascio con una foto di un calamaro pescato a gomma, mentre ero alla ricerca dei barracuda. So che in questo momento avrete la faccia dello scorfano nella foto successiva, ma non storcete il naso, è successo sul serio. 

Non ho bisogno di mettere le esche in bocca ai pesci, posso fotografare liberamente le esche con le quali vengono pescati. Che nessuno si senta toccato, obviously.

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Brasilian Morning’s Days

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Sai che ci sono.

Lo sai perché te lo hanno detto, perché hai visto le foto sui social, di chi ne aggancia una per sbaglio e pubblica la foto delle squame, perché il periodo è quello giusto, perché le giornate tendono ad accorciarsi e la mattina presto in scogliera devi indossare una giacca.

Perché attendi tutto l’anno per andare a cercarle, perché sai che la finestra che ti è concessa per pescarle è limitata dagli impegni e dal meteo ballerino, perché la notte prima la passi a girarti nel letto fantasticando giornate meravigliose, fatte di catture multiple e pesci di taglia.

Sai che ci sono perché sogni di bagnarti i piedi all’alba, proprio nello spot in cui devi andare l’indomani, e percepisci che sarà una giornata indimenticabile.

Sai che ci sono perché le hai pescate in sogno, ed è solo questione di ore che la canna si fletta e la lenza si tiri.

Sai che ci sono.

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Si, ma quando passano? 

Secondi, minuti, ore ad aspettarle. A scarpinare nei dirupi, con la bocca asciutta e le ginocchia traballanti, a logorarci quel poco di cartilagine che rimane nelle giunture, come se non bastassero le ore di lanci a vuoto in attesa di un guizzo.

E quando arriva, a volte, si tratta di tutt’altro, che non ci fa sobbalzare, ma sembra quasi  dia un segnale per rimanere a cercarle, una sorta di evento motivazionale, uno stimolo che dice “ci sei quasi…insisti“.

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E nel caso, ci facciamo trovare pronti.

Un giro di valzer al WTD, ai popper, ai jerk, ai JIG e chi più ne ha più ne metta, con mille seghe mentali sulla tipologia di esca, sui picchi di marea, sui cambi di vento, sull’influenza della luna, sul colore delle scarpe, che sicuramente fanno la differenza, ma a volte neanche tanto, o forse siamo noi che interpretiamo i segnali in maniera sbagliata.

Guardiamo la traiettoria di ogni lancio, osserviamo ogni S costruita dal walking in maniera lineare, alla ricerca di una bollata, di un fremito, di una piccola soddisfazione che possa in qualche modo ricompensare i sacrifici, seppur marginali, compiuti per essere li in quell’esatto momento.

E quando tutto sembra andare per il verso sbagliato, non ci resta che pregare.

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Qualcuno disse che il mare è la nostra chiesa.

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E’ il posto dove stare in pace con noi stessi, dove ricercare la serenità perduta dietro alle malattie dell’era moderna, fatte di tastiera e ruggiti, di falsi miti, di persone che fanno dell’apparenza un surrogato fumoso della sostanza.

Poco importa, noi no. Noi pensiamo solo alla pesca, quando andiamo a pesca, quando non ci andiamo, quando ipotizziamo di andarci. Anche nel mondo di Morfeo, la pesca è un chiodo fisso.

E seppur non sia un amante delle lodi al signore, pregare Nettuno per una pescata congrua ma rispettosa, non mi crea nessun disagio.

Sopratutto quando i risultati sono strabilianti, almeno sul piano del divertimento.

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E quando tutto gira per il meglio, dimentichi tutto, dimentichi i cappotti dei giorni precedenti, dimentichi le ore di sonno perdute e le uscite con gli amici finite sul più bello perchè “..e domani mattina ho la sveglia presto…” , anche se chi ti vuole bene sa cosa significa quella formula….dimentichi le esche perdute e mai dimenticate, dimentichi di considerare quanto tempo e sacrificio metti ogni giorno in una passione che per essere vissuta al meglio, richiede voglia di sbattersi e di non arrendersi.

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Però non dimentichi che la pescata facile non esiste, che dietro alle mille foto che vediamo tutti i giorni su vari canali, di tutti i nostri amici pescatori, c’è una storia dietro che racchiude sempre una rinuncia, un impegno rimandato, una discussione con il partner o comunque del tempo dedicato.

Che non cambierei per nulla al mondo.

(Anche se a qualcuno non potrà fregargliene di meno, le attrezzature utilizzate sono state una CTS Mag Elite Spin abbinata ad uno Shimano Stradic CI4 4000, una St. Croix Avid Inshore abbinata ad uno Shimano Stradic FJ 5000 e una Falcon 6 1 7 abbinata ad uno Shimano Stradic FJ 5000.

Molte le esche utilizzate, inutile richiamarne il nome, ma direi prevalentemente popper e WTD, alcune catture a jig ed alcune a jerk.)

Alla prossima!

Matte

L’esercito delle lumache

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Foto di repertorio, anno 1966 : Un gruppo di Sardi uniti per organizzare le attività per la stagione invernale e non morire di fame.

Peccato che la foto sia stata scattata ad Ottobre 2018, e la posizione dal 1966 non sia cambiata per nulla. Anzi, per quanto mi riguarda, il contesto esterno è solo peggiorato. Ma è giusto partire dall’inizio, perché quanto state per leggere non sia lo sproloquio di un folle, o perlomeno di un folle senza un pizzico di ragione.

Estate. La Sardegna registra il boom di turisti, seppur i Sardi residenti fuori soffrano un caro trasporti inaccettabile causa una Giunta Regionale collusa ed inesistente, che invece di pensare a chi vive fuori per esigenza e vorrebbe, almeno una volta l’anno, tornare a casa propria, ha in testa solo il prossimo giro di boa elettorale.

Quindi, per non pestare i piedi a nessuno, il camaeleontismo e l’immobilità sono le doti perfette.

Però, a ragion veduta, la Sardegna registra comunque un boom di arrivi. Direte voi, come è possibile non riuscire, visto il paradiso in cui vivete?

Già. Ma esiste un però. Anzi, forse più di uno.

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Seppur gli arrivi siano tanti, la tipologia di turista che soggiorna nella “Sardegna per tutti ” (quindi escludendo la costa Nord Est) è molto particolare e variegata.

Molti italiani, reduci dall’epoca d’oro degli anni 80, hanno investito due lire del tempo per acquistare una casa in Sardegna, ma gli anni d’oro sono finiti, ed oggi, i figli dei figli, vengono a fare le vacanza senza spendere un euro nei locali della zona, portandosi in nave la macchina carica di roba da mangiare e prodotti per la casa, per comprare solo un euro di pane al giorno.

Poco male, il loro contributo lo danno pagando le tasse sulla casa e le utenze di case sfitte la maggior parte dell’anno, ma non voglio aprire un ulteriore triste scenario.

Mentre, i turisti stranieri, per la maggior parte, hanno due motivazioni principali per visitare l’isola : IL MARE e le attività all’aria aperta.

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Chi è spinto a soggiornare nell’Isola per vivere due settimane di vacanza con 40 gradi di temperatura e mangiarsi la pizza la sera, è sempre il benvenuto. Fa lavorare le strutture ricettive, i ristoranti, i Bar, e fortunatamente all’estero gli stipendi sono più alti, quindi quello che viene speso in più per il viaggio dovrebbe essere recuperato con i costi relativamente bassi dei soggiorni.

Ma questo non accade sempre.

A volte il turista viene letteralmente spennato, e la scusa dell’operatore è quella che ci sono troppe tasse, che non si riesce a vivere, che d’estate i prezzi vanno alzati. Si, va bene tutto, ma d’inverno, siamo sicuri che non si riesca a valorizzare il territorio?

 

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E qui subentra la seconda tipologia di turista, colui che viene per visitare l’Isola,  interessato a svolgere attività outdoor sul territorio. Giusto per darvi un idea a livello italiano nel 2017, tra operatori Outdoor, strutture ricettive e servizi alla persona il fatturato è stato pari a .20 MILIARDI DI EURO (DATI ONT 2017).

E qui torniamo all’esercito delle lumache.

Molti operatori turistici lavorano d’estate, e di inverno, si riposano. Per poi lamentarsi che non c’è lavoro, che d’inverno il turista viene solo per visitare le località principali, che tanto è tutto tempo sprecato organizzare qualcosa perché non ci sono arrivi.

Ma siete sicuri di quello che sostenete?

Sapete almeno che Marzo ed Ottobre sono i mesi principali per svolgere attività outdoor di cui la Sardegna è la Regione Regina perché offre il maggior numero di possibilità attive a livello Italiano e tra le TOP 10 a livello Europeo?

Che il nostro territorio può offrire Kite,Surf,Windsurf,Trekking,Sup,etc e la lista potrebbe protrarsi per altre numerose attività?

(Chiaramente esistono già moltissime attività outdoor avviate di questo tipo in Sardegna, noi ne contiamo circa 150, ma ciò che manca è il collante che renda il processo turistico semplice e raggiungibile da chiunque)

Sapete che nel 2017 ci sono stati 12 Milioni di arrivi e 40 Milioni di presenze in Italia, turisti ESCLUSIVAMENTE INTERESSATI a svolgere attività outdoor?

Noi ci stiamo muovendo.

Non per fare pubblicità perché è l’ultima cosa che ci interessa, ma assieme ad altri che condividono il mio stesso pensiero e la stessa passione per il territorio, stiamo portando avanti una iniziativa (4 Sport Outdoor) per la valorizzazione del territori finalizzate allo sviluppo di attività outdoor anche in inverno, perché l’esempio di altre realtà a livello Italiano e Straniero ci dimostra che è solo una questione di organizzazione e di SERIETA’ da parte degli operatori locali, che una parte importante di reddito può essere prodotta attraverso la stagione invernale, offrendo servizi adatti alle esigenze dei turisti.

E per un pescatore a spinning, il territorio è tutto, per un Sardo, è la vita.

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Partiamo già con dieci punti di vantaggio, grazie alle bellezze naturalistiche o storiche della nostra terra, che si potrebbero integrare attraverso la creazione di percorsi naturalistico-storici legate alle attività outdoor, attività che possiedono già una forte traction a livello nazionale.

Concludo pensando che, per fare ciò di cui si è trattato sopra, si riparte sempre dall’esercito delle lumache, che solo noi possiamo vincere l’inattività ed il passivismo che induce tanti, fortunatamente non tutti, a non prendere parte alle iniziative, pensando sempre che ci sarà qualcun altro a fare ciò che deve esser fatto.

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Tra le tante, una cosa che mi sta particolarmente a cuore è la pulizia dei territori. Non ne posso più di sentire che “Sono rifiuti che porta il mare!”, per quanto concerne le foto esposte, ma ne avrei da raccontare anche per territori di Montagna. E quindi, se li porta il mare, aspettiamo che li riprenda?!?

Organizziamoci, organizzatevi, costruiamo assieme. Se si vuole provare a destagionalizzare i territori, bisogni ripartire da un immagine concreta dimostrando che possiamo riuscirci, partendo dalla serietà e dalla collaborazione che ci contraddistingue quando si tratta di fare quadrato.

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Toh, guarda un po.

Al termine del post, una lumachina si sta muovendo lontano dal gruppo. Vuoi vedere che ci riusciamo anche noi?

A prestissimo!

Matte

PS : Per chi volesse partecipare all’iniziativa o semplicemente saperne di più, la mail è staff@4sportoutdoor.com .